giovedì 24 luglio 2014

-ADOLESCENZA.L'enuresi.

Enuresi … “il controllo del territorio”


on a caso, per gli animali la funzione biologica dell’urina è quella di “marcare” il territorio, un chiaro ed evidente segnale per dire agli intrusi: “fermo, qui sei a casa mia”.


he cos'è. Per enuresi intendiamo l’emissione attiva completa e incontrollata di urina dopo che sia stata raggiunta la maturità fisiologica in genere acquisita tra i 3 e i 4 anni. Questa alterazione del controllo sfinterico urinario può essere primaria quando non si è verificata l’acquisizione della pulizia corporea oppure secondaria qualora si manifesti dopo, un periodo più o meno lungo, l’acquisizione del controllo fisiologico. Il controllo sfinterico urinario è influenzato, principalmente, da tre fattori: neurofisiologico, culturale e relazionale.

EUROFISIOLOGICO. Esso è caratterizzato dal passaggio da un comportamento riflesso automatico ad un comportamento volontario controllato. Nel neonato la minzione è dapprima successiva alla replezione (riempimento della vescica). Il controllo di questo sfintere viene acquisito successivamente in modo progressivo. L’acquisizione, quindi, di un vero controllo sfinterico non è possibile prima che la motricità vescicale  sia giunta a maturazione fisiologica, anche se un condizionamento precoce può far credere ad un apparente pulizia.

ULTURALE. Questo fattore non può essere dissociato dall’apprendimento della pulizia. Prendendo in esame le varie culture, questo apprendimento si svolge in un contesto più o meno rigido, determinando nel bambino pressioni severe, inadeguate o, magari, troppo  leggere (influenzando la frequenza delle alterazioni legate a questa funzione).

ELAZIONALE. Oltre alla maturazione neurofisiologica ed alla pressione culturale, nella nostra società, dove la relazione madre bambino è privilegiata e protetta, l’acquisizione della pulizia è, durante il secondo e terzo anno, uno degli elementi di transazione nella diade madre – bambino. L’urina veicola un’intensa carica affettiva che può essere positiva o negativa. L’acquisizione del controllo sfinterico si attua a seguito del piacere provato prima per l’espulsione poi per la ritenzione (ritenzione – espulsione): la nuova padronanza sul proprio corpo procura al bambino una felicità rinforzata dalla soddisfazione materna. Questa dualità ritenzione – espulsione può manifestarsi attraverso modalità aggressive, tutto ciò dipende dal tipo di relazione tra madre e bambino che si svolge attorno al controllo sfinterico: esigenza imperiosa della madre che toglie al bambino una parte del suo corpo e riceve la sua urina con maschera di “disgusto”; soddisfazione di una madre nel vedere progredire e autonomizzarsi il suo bambino in queste condotte quotidiane e ricevere la sua urina con piacere. In questo modo si attua il passaggio dell’esperienza ritenzione – espulsione alla modalità offerta – rifiuto.


Criteri diagnostici per l’enuresi secondo il DSM IV

ipetuta emissione di urina nel letto o nei vestiti; Il comportamento è clinicamente significativo, come manifestato o da una frequenza di 2 volte alla settimana per almeno 3 mesi consecutivi o dalla presenza di disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, scolastica o di altre aree importanti del funzionamento;
L’età cronologica è di almeno 5 anni (per altri autori il riferimento è di 4 anni);
Il comportamento non è dovuto esclusivamente all’effetto fisiologico diretto di una sostanza o di una condizione medica generale (diabete, spina bifida, ecc.).
eneralmente l’enuresi è considerata un sintomo benigno con tendenza a scomparire durante la pubertà (periodo della vita compreso tra gli 11 e 15 anni). Alcuni autori hanno suggerito una classificazione delle enuresi, a seconda che siano legate a dei fattori organici o che siano funzionali. Le prime comprendono le ostruzioni anatomiche, la spina bifida, le infezioni, il diabete (in questo caso sarà richiesto l’intervento medico o chirurgico). Le enuresi funzionali, pur avendo un’origine multifattoriale sono legate a fattori psicologici conflittuali. Questi ultimi restano i più evidenti. Basti ricordare la frequente corrispondenza tra comparsa e scomparsa dell’enuresi e quelle di un episodio che segna la vita del bambino: separazione familiare, nascita di un fratellino, entrata nella scuola, un educatore aggressivo e violento, emozioni di qualsiasi natura. Questi fattori psicologici possono agire sia a livello del bambino stesso, sia a livello dell’ambiente familiare (in questo caso è indicato l’approccio educativo e psicoterapeutico). 
L’incontinenza notturna è più frequente  della diurna, e comporta assai spesso l’instaurazione di rituali d’ogni tipo in seno alla famiglia: i genitori si alzano parecchie volte per far urinare il bambino, cosa che serve a ben poco, bensì a rinforzare l’interesse familiare per il sintomo e a dar al bambino gratificazioni di ogni genere (disturbare i genitori, manipolazione, ecc.). Esiste, inoltre, un gruppo di bambini, appartenenti ad un quadro clinico depressivo mascherato, chiamato “enuretico depressivo”, a causa dell’alta incidenza di incontinenza vescicale e rettale. Questi bambini mostrano inoltre difficoltà cognitive e isolamento sociale.  Essi sembrano essere bambini sfortunati e infelici, che a causa di una combinazione di fattori sono neurologicamente immaturi ed hanno dei problemi di apprendimento e di incontinenza. Tali bambini restano spesso invischiati in un cronico braccio di ferro con i loro genitori, che aumenta le loro frustrazioni, ma non sembrano depressi; piuttosto, essi sono sempre arrabbiati  e fanno ricorso a ritorsioni passivo – aggressive  contro le figure investite  di autorità.  Essi non hanno l’immagine negativa di sé, il sentimento di impotenza e gli autorimproveri che sembrano necessari per la diagnosi di depressione. Il trattamento, per questo gruppo di bambini, è lungo e difficile.  L’enuresi è associata alla fase paradossale del sonno, allo stadio corrispondente al sogno, oppure al passaggio dal sonno profondo a un sonno leggero.  Per quanto riguarda il sesso, la maggioranza degli autori segnala un tasso di enuresi più alto nei maschi che nelle femmine (10% nei maschi contro 9% nelle femmine). Alcuni studi hanno messo in relazione l’enuresi e altri sintomi, quali le minzioni imperiose diurne, l’enconpresi, il sonno profondo, l’immaturità affettiva e i disturbi della parola.




erché l’enuresi? Come è già stato accennato, verso i 4 anni la maggior parte dei bambini ha imparato a “controllare” la vescica. Di notte non si bagna più il letto. Nonostante tale controllo, un certo numero di bambini – di intelligenza normale e a volte anche superiore – continua a bagnare il letto ben oltre quella età. Quando il bambino urina, ne trae un evidente piacere. Piacere fisico: allentare la tensione della vescica, piacere del “titillamento” derivante dallo scorrere dell’urina, piacevole calore quando questa arriva a bagnare le natiche e la schiena. Si tratta ovviamente di piaceri la cui importanza e intensità vengono notevolmente sottovalutate dagli adulti. Così, la soddisfazione di poter in questo modo manifestare entusiasmo o dispiacere è un mezzo primitivo ma tuttavia molto importante per esprimere le proprie emozioni. 
E’ risaputo che i bambini – anche gli adulti – possono esprimere in questo modo la paura: “farsela sotto” è un’espressione comune che corrisponde ad alcuni fatti reali. Certi bambini lo fanno anche per manifestare la loro gioia. Espressione simbolica di gioia o di dispiacere, soddisfazione reale dell’atto di urinare, “valvola” di una tensione psicologica: questi sono i significati della minzione nel bambino e il cui significato è puramente affettivo. A volte il disturbo esprime uno stato di conflittualità profonda. E’ frequente in soggetti immaturi che non vogliono rinunciare alle abitudini infantili. 

noltre, in analogia con il “Regno della Notte”, luogo in cui dominano gli istinti, l’enuresi notturna consente alle emozioni trattenute di essere liberate. L’enuresi, infatti, può esprimere anche il desiderio del bambino di prolungare  il suo stato infantile. Rifiuto di crescere e di conseguenza rifiuto di assumersi nuove responsabilità. Ha paura di partire perdente in una “gara” con un bambino più grande. Per attirare l’attenzione dei genitori, anche a rischio di dare loro un dispiacere e di farsi punire, certi bambini vogliono garantirsi una posizione a parte, privilegiata, nella quale saranno certi di trovarsi al centro dell’interesse. Questo rifiuto di crescere o meglio questo bisogno di “regredire” verso le prime modalità infantili permette loro di raggiungere tale scopo. Un altro caso è quello del bambino che ha paura di crescere perché teme inconsciamente che i genitori vogliano abbandonarlo. Paura irragionevole, ma frequente.


’enuresi può anche essere una protesta, un modo attivo di palesare la propria ostilità. Fin dalla più tenera età, i concetti di “sporco” e di “pulito” vengono posti al bambino sotto forma di contrapposizione. Bagnare il letto significa “sporcare”, il bambino lo sa bene. L’enuresi assumerà allora il senso di una protesta contro i genitori, contro l’ambiente circostante, contro le circostanze della vita ch’egli è costretto a condurre. Nel rimanere sporco, il bambino procura ai genitori fastidio, li mette in imbarazzo e in agitazione: è un modo di essere aggressivo. 

on soltanto il bambino rimane “pupo”, ma esprime anche il suo scontento: egli non osa farlo apertamente, ma lo esprime inconsciamente. Egli si esprime senza ricorrere alle raffinatezze del linguaggio parlato. Sarà forse una modalità primitiva, infantile e inconscia di esprimersi forse, ma molto eloquente. Le reazioni del bambino e della famiglia di fronte all’enuresi sono varie. Il bambino considera talvolta che questo sintomo è sgradevole e imbarazzante, ma spesso ha un atteggiamento passivo. La famiglia può reagire in maniera estremamente tollerante o estremamente severa, anche brutale. Può anche essere una punizione che il bambino infligge a se stesso. Con l’enuresi il bambino confessa la propria incapacità, il proprio stato di dipendenza, di inferiorità. In realtà, egli provoca le punizioni e lo scontento dei genitori. E forse li umilia, ma umilia soprattutto se stesso; e in tal modo confessa il suo fallimento, la sua incapacità di crescere. In breve possiamo dire che i pensieri e i desideri che il bambino ritiene essere inaccettabili e cattivi, quelle idee che, se portate alla luce, potrebbero comportare gravi punizioni, anzi la perdita dell’amore  nutrito nei suoi confronti, devono scomparire dalla consapevolezza (conscio). Essi continueranno però a vivere ignorati nel suo inconscio; e quel inconscio possiede un suo peculiare linguaggio, un vero e proprio linguaggio segreto che è necessario tradurre per poterne comprendere il significato. Rimossi nel profondo, quindi, inconfessati ma presenti, per esprimerli e per tradurre i suoi timori, la sua angoscia, il suo senso di colpa, il bambino disporrà solo del linguaggio simbolico, simbolico a un punto tale che non solo i genitori non riusciranno a capirlo, ma di cui egli stesso non riconoscerà il significato. Una vasta letteratura scientifica sull’enuresi ha sottolineato che una condotta incostante o disagi emotivi da parte dei genitori giocano un ruolo sfavorevole nello stabilire il controllo sfinterico in età normale, sia che si tratti di un atteggiamento troppo coercitivo che spesso provoca nel bambino reazioni di rivolta e di difesa, sia, al contrario, di un atteggiamento troppo permissivo che impedisce l’organizzazione del controllo della minzione. Come hanno indicato alcuni autori, genitori essi stessi enuretici possono avere un atteggiamento di paura o di iperprotezione motivata dal ricordo della loro umiliazione. 
’atteggiamento inadeguato dei genitori verso questo controllo si ritrova soprattutto  nelle donne ossessive o fobiche (paura dello sporco). Da un punto di vista più generale, l’atteggiamento dei genitori comporta un modo particolare di organizzazione dell’affettività del bambino, secondo che sia iperprotettiva o, al contrario, crudele o rifiutante.

uali sono i vantaggi?  Nonostante quanto esposto, nell’enuresi non tutto risulta negativo. Dall’enuresi, il bambino trae determinati vantaggi che, per quanto siano inconsci, sono sicuramente reali. Il bambino che attira su di sé l’attenzione e l’apprensione della madre divenendo così il centro dell’interesse trae indubbiamente profitto dalla sua enuresi. Il bambino che a causa dell’enuresi evita di fare “certe esperienze” che evita di essere separato dai genitori, guadagna qualcosa. Anche quando non “vuole crescere”, evita un certo numero di responsabilità, di compiti e di doveri. Questi vantaggi vengono definiti “benefici secondari”: essi infatti non si trovano all’origine e non costituiscono la causa stesa dell’enuresi, ma sono come dei “sottoprodotti”. Tali “benefici secondari” fanno sì che il bambino possa aggrapparsi all’enuresi e opporsi alla propria “guarigione” anche quando, dopo un certo periodo di tempo, la causa fondamentale è scomparsa. Per trattare il problema dell’enuresi è indispensabile conoscere questi elementi. Le circostanze comunque sono sempre numerose: inquietudine e curiosità sessuali, fallimenti scolastici, difficoltà di adattamento all’ambiente, genitori nervosi e, soprattutto, conflitti familiari. Le separazioni, i divorzi, rafforzano nel bambino il senso di insicurezza. Tutte queste circostanze possono essere altrettante cause.



osa fare? I genitori sono sempre pronti a tutto: fino a minacciare e a fare paura. A volte si arriva persino a contattare la “fattucchiera”. Non è servito a nulla. Sono state ipotizzate disfunzioni intestinali, malformazioni del pene, svegliarlo di notte, iniezioni, pillole, diete, di farlo alzare a ore fisse. Invano. Qualche volta si verifica un successo della durata di alcuni giorni o di alcune settimane. Poi il grande lago, il diluvio riprende. Ma non è certo in qualche ora che si può risolvere e riequilibrare un’intera personalità, perché si tratta di “ricostruire” tutto un insieme. L’enuresi è solo il segno, la parte visibile di un iceberg che bisogna sciogliere. E’ importante, quindi, dare fiducia al bambino. Creare un’atmosfera distesa, libera (non permissiva) fiduciosa, sarà per lui la cosa più utile e più importante per iniziare un “cambiamento di rotta”. Ovviamente non deve sperimentare né vergogna, né paura. Al contrario è importante fargli intravedere i vantaggi della “guarigione” (i piccoli successi vanno rinforzati attraverso calorosi complimenti). Ridurre al minimo le circostanze che potrebbero favorire la sua enuresi. Un’atmosfera familiare distesa, senza una costante apprensione per la sua enuresi, riduce tanto la tensione nervosa quanto i “benefici secondari”. Dovrebbe, inoltre, essere maggiormente coinvolto nella vita familiare e non tenerlo in disparte. La tolleranza e la malleabilità fanno parte integrante del processo di guarigione. Ogni bambino ha diritto alla propria libertà, a qualche insuccesso scolastico, a qualche espressione di linguaggio un po’ “colorito”. Per nessuna ragione non deve essere considerata la guarigione dell’enuresi come una fine assoluta dei problemi. L’enuresi è soltanto una spia dei problemi affettivi del bambino: sono quelli che bisogna innanzitutto  risolvere. L’enuresi è spesso legata a sentimenti ed emozioni che, di giorno, non trovano la via per esprimersi.

nche se il disturbo comune a tutte le enuresi è il difetto del controllo della minzione, questo non vuol dire che l’eziopatogenesi sia sempre la stessa. Quando si formula un programma terapeutico, quindi, non si deve agire unicamente sul sintomo, ma su una condotta di cui bisogna delucidare il contesto psicofisico.


i fronte ai disordini psicologici primari o secondari, è indispensabile prendere un certo atteggiamento psicologico sia di fronte al bambino che nei confronti dei genitori. 
Dobbiamo sostenere il bambino, rilassarlo e decolpevolizzarlo, farlo cooperare alle attività terapeutiche, metterlo al corrente, come fanno certi autori, del meccanismo funzionale della minzione.

genitori hanno ugualmente bisogno di essere sostenuti (… non colpevolizzati) per meglio sopportare questa affezione spesso considerata come vergognosa, essere informati della condotta più utile e vantaggiosa a favorire l’educazione sfinterica, ed essere messi in guardia contro l’utilizzazione del sintomo a fini aggressivi o di una sorta tutela spesso cercati e subiti dal bambino. Così rischiano di trasformare il sintomo – reazione in una condotta in cui il bambino trova “benefici secondari”.

n certi casi, questo atteggiamento di sostegno non è sufficiente e deve essere presa in considerazione una psicoterapia, le cui linee generali devono essere: riduzione del problema conflittuale, evidenziazione dei benefici secondari e offerta di compensazioni nell’ordine affettivo. Nel caso di una personalità in evoluzione, l’enuresi è nello stesso tempo agita e subita, beneficio e danno. E’ in questo stato di ambivalenza che la terapia può, sia portando nuovi benefici, sia creando nuove motivazioni, sia mettendo in attività sistemi organici in stato di passività, aiutare il bambino a trovare una via d’uscita e permettergli, da una parte, di offrirgli la guarigione, e dall’altra, di uscire dalla malattia che, nella nostra cultura, comporta per lui in fin dei conti più inconvenienti che vantaggi.


NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre doveroso ed indispensabile rivolgersi per la diagnosi e la terapia specifica. Questo articolo pertanto ha valore educativo, non prescrittivo.


Bonipozzi dott. Claudio Tel. 349.1050551
  E mail: bonipozzi@libero.it

giovedì 17 luglio 2014

-ANSIA...

Ma allora è vero, non solo sei cattivo sei anche …


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ei rapporti interpersonali, le differenze di opinione possono essere accettate, condivise, possono incancrenirsi sotto forma di conflitti irrisolti, oppure possono essere usate per dichiarare che l’interlocutore è estremamente cattivo o, in alternativa, “matto”. Questa etichettatura che definisce l’altro in modo pregiudizievole può essere individuata in maniera evidente, quando si attua attraverso insinuazioni o allusioni. Le occhiatine, i sarcasmi e i commenti possono essere del genere più svariato, ma naturalmente implicano tutti una stessa cosa: evidenziare che l’altro non ha la “testa a posto”. Altre volte, in modo pittoresco, ma con lo stesso significato, si definisce l’interlocutore con la formula sei proprio “fuori come un balcone”, o altrimenti che è, senza ombra di dubbio, un maligno, se non un malvagio e, nessuno, si dice ovviamente sempre dell’altro, farebbe mai o direbbe una cosa simile. Questo atteggiamento è generalmente fuorviante, errato e non utile nel risolvere un conflitto in atto; al contrario un comportamento simile, aggiunge legna a un fuoco che cova sotto le ceneri. 

n ogni rapporto sussistono molte differenze di atteggiamenti, di idee, di norme morali e di comportamenti (ognuno di noi è unico ed irripetibile). Risulta pertanto comprensibile che si manifestino conflitti e opinioni e incomprensioni. Questo, quando si verifica, si può reagire sostanzialmente in due modi: “Io ho ragione, perciò tu hai torto” e “Tu ed io siamo differenti”. Assumere il primo atteggiamento serve solo ad etichettare l’altro in modo permanente come una persona sbagliata o cattiva per il solo fatto di pensarla come la pensa. Se invece si segue la seconda formula e si conosce quindi l’esistenza di differenze, si apre la via al dialogo e forse ciascuno imparerà qualcosa dal modo di pensare e dalle esperienze dell’altro. Proprio per questo motivo, non bisogna mai dimenticare che si impara anche dalle persone che sono particolarmente antipatiche. Infatti, uno dei fattori che contribuiscono a prolungare nel tempo un problema è la profonda convinzione che l’altro abbia torto e ancor peggio che sia pazzo o improbo, e quindi non sia degno di rispetto.

uante volte direttamente o indirettamente si sente la
“formula magica”: “Devi proprio essere pazzo… Sei proprio un cretino… Ma che cosa hai in testa?”. Orbene, tutte queste accuse, fatte a caldo o a ragion veduta, implicano tacitamente che l’interlocutore appartiene sempre alla categoria degli “insani”. Solo con un grande equilibrio e una discreta forza d’animo una persona costantemente sotto accusa riesce a non farsi intimorire e, soprattutto, non diventare l’eterno sottomesso. Le vittime, purtroppo, che non sono in grado di fronteggiare questi rapporti sono tante e, lentamente, cosa peggiore, si convincono che gli altri hanno “ragione”. Questo fenomeno frustrante e devastante a livello psicosomatico, particolarmente diffuso nell’ambiente di lavoro, è definito con il termine Straining. In realtà, man mano che passa il tempo, l’etichetta assume caratteristiche stabili che la vittima finisce per crederci davvero. Essendo dalla parte del torto, secondo ovviamente il verdetto del carnefice, deve pagare (espiare) per le cose “orrende” che ha fatto. Ci sono una infinità di occasioni in ogni rapporto per ricorrere a queste etichettature permanenti che, se vengono colte senza metabolizzarle, il gioco dell’accusatore, entra a far parte stabilmente nella vittima e nella vita familiare. 

nche la possibilità di far sentire i figli in colpa durante il processo evolutivo non è poi così remota ed è, senza ombra di dubbio, una delle più potenti armi con cui i genitori esercitano il controllo (il più delle volte - si spera - sia in buona fede). I figli vengono così regolarmente sottoposti agli attacchi moralistici dei genitori: “Mangia tutta la minestra come fanno i bravi bambini” (questo sottende che se non  mangia è un bambino cattivo); “Tua sorella sì che è brava ed ubbidiente… supera brillantemente tutti gli esami (sorella buona tu cattivo). I bambini, lo sappiamo, sono estremamente dipendenti e hanno bisogno di affetto genuino, quindi reagiranno, soprattutto nell’infanzia, a qualsiasi accusa malsana o di cattiveria cercando di essere compiacenti. L’errore educativo consiste spesso nell’etichettare il bambino anziché il comportamento.

e è l’azione compiuta che deve essere presa in esame e criticata, si può fare a meno di “sputare” sentenze sul carattere del fanciullo (sarebbe più vantaggioso dire: “Tu non lo sei, ma in questa situazione ti sei comportato in maniera poco intelligente”). Risulta pertanto più utile parlare del fatto in sé. In realtà, accade spesso che, nell’impeto del momento, si confondano nel processare il bambino e il suo atto; anche in età adulta, comunque, è sempre necessario distinguere sempre fra l’azione e la persona che l’ha compiuta. Ogni volta che il fenomeno si ripete è come se in un angolino della mente, entrasse in funzione una registrazione, che ripete: “Allora è proprio vero, non sono buono, non posso essere amato, sono un buono a nulla… è giusto, in fin dei conti, che la gente mi rifiuti”; ecco le basi, le fondamenta di una pericolosa ed insidiosa disistima. Gli errori e gli insuccessi possono avere tante spiegazioni: capirne le ragioni e quindi riflettere sulle cause dei comportamenti e dei limiti individuali è un bel passo avanti sulla via per eliminare le accuse e le recriminazioni che tanti danni provocano (in qualsiasi settore della vita: età evolutiva, rapporto a due, familiare, lavorativo, sociale). Può essere difficile discutere apertamente e francamente le ragioni degli errori e delle incomprensioni, ma è un percorso che va nella direzione giusta. Dire che esistono tanti modi diversi di fare le cose è come dire che probabilmente non esiste un unico modo che sia quello giusto … non è vero che basterebbe solo parlare e spiegarsi: dipende sempre da come lo si fa. E’ importante comunicare bene, cioè nel modo più adatto al momento e alla situazione, tenendo conto dei fini che si vuol raggiungere, in maniera semplice e nitida …  il che vuol dire, a volte, saper stare anche in silenzio.



NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre doveroso ed indispensabile rivolgersi per la diagnosi e la terapia specifica. Questo articolo pertanto ha valore educativo, non prescrittivo.


Bonipozzi dott. Claudio Tel.349.1050551
 E mail: bonipozzi@libero.it

martedì 8 luglio 2014

-PSICOSOMATICA. Obesità.


Obesità …


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“metodi miracolosi” che ci vengono oggi proposti per dimagrire sono tanti e, spesso, sono tutti inefficaci. Certo, se ci atteniamo a diete rigorose, se riusciamo a reprimere le spinte biologiche che il nostro stesso organismo ci propone quotidianamente, ci è possibile perdere qualche chilo. Ma a quanti sacrifici, per quanto tempo, dobbiamo sottoporci per ottenere minimi risultati? In realtà, non si tratta di martoriare il nostro corpo per raggiungere il sospirato “peso forma”, ma di agire su alcuni meccanismi psicosomatici. Vediamoli.

i ingrassa per ragioni diverse.
Alcuni mangiano troppo perché sono, in qualche modo, depressi. Altri, invece, sono ansiosi. A volte l’obesità sembra una caratteristica di famiglia, però non è chiaro se ciò corrisponda a fattori ereditari oppure al fatto che i vari membri della famiglia si siedono a tavola insieme e, inesorabilmente, si abbuffano tutti quanti (o, magari, a strane abitudini alimentari).

algrado tutta questa varietà di cause, una cosa è certa: la maggior parte delle persone obese non sarebbe tale se ascoltasse i messaggi del proprio corpo su che cosa mangiare e quando. Le abitudini alimentari di solito si sviluppano quando siamo bambini: inevitabilmente, perciò, è la madre che detta le regole di base (ecco perché il cibo è sempre un simbolo della madre; ostilità e rabbia rimossa ed inconscia  contro di lei). Quando si è piccoli si è spinti a mangiare alle ore stabilite per i pasti. Quasi certamente la madre si inquieta molto se si rifiuta il cibo e, probabilmente, anche di più se si lascia il cibo nel piatto (ci possono essere reazioni di preoccupazione, allarmismo, ecc.). Se uno è stato allattato artificialmente, il suo “addestramento” è cominciato anche prima che fosse in grado di sedersi davanti al piatto. Una ragione per cui l’allattamento artificiale tende a fare ingrassare di più è che, mentre è impossibile stabilire quanto latte è stato succhiato dal seno materno, è fin troppo facile vedere quanto ne è stato succhiato dalla bottiglia. Le mamme ansiose tendono a spingere i lattanti a vuotare la bottiglia anche quando essi non hanno fame. Queste tendenze alimentari distorte fanno sì che il “centro di controllo” dell’appetito sia abitualmente scavalcato. 

lla fine il rapporto col cibo verrà a essere governato non dall’autentico bisogno di cibo per il  proprio organismo, ma da un motivo del tutto artificiale di bisogno. Quando diventiamo adulti, nella maggior parte dei casi siamo già abituati a mangiare secondo  l’orologio della sala da pranzo e non secondo i “tempi” interni del nostro corpo. Mangiamo negli orari stabiliti dai nostri genitori o quando ci sembra di dover mangiare. Mangiamo quello che la pubblicità ci dice di mangiare e alle ore in cui le persone che ci circondano pensano che si deve mangiare. Queste  abitudini dannose, però, se prendiamo in esame alcuni meccanismi psicosomatici, si possono cambiare con la stessa facilità con cui si sono formate. Ascoltando i segnali interni del corpo, abbandonando le abitudini che scavalcano il “centro di controllo” dell’appetito e mangiando quando si ha fame, si scoprirà che è possibile dimagrire o mantenersi snelli senza alcun aiuto esterno, seguendo alcune elementari norme.

l cibo non è altro che un pezzo di “ambiente” amico o ostile che, entrando nella ‘fornace’, diventa parte di noi e si trasforma in una sostanza buona o cattiva  … un mutamento che sintetizza non solo i nutrienti ingeriti ma anche il nostro mondo emotivo … ‘digerendolo’.



a maggior parte delle persone mangia a ore prestabilite, che possono essere o non essere in relazione con il loro effettivo bisogno di cibo. L’abbandono di ore fisse per i pasti può suonare una proposta anarchica e, certo, in una famiglia può portare a un certo grado di confusione. Ma il disordine sarà decisamente minore di quanto si possa credere. Comunque, al di là delle belle parole, questa è una regola imprescindibile: ogni volta che si mette in bocca qualcosa, bisogna chiedersi se si sente l’effettivo bisogno, se si ha fame. Se mentre si mangia, si chiacchiera, si guarda il giornale, si legge una rivista, si guarda il televisore, probabilmente i segnali provenienti dal proprio “centro di controllo” dell’appetito sfuggiranno. 

isogna fare attenzione al fatto che si sta mangiando, se si vuol cogliere i messaggi che ci dicono che siamo sazi. Non si deve aver paura di lasciare del cibo nel piatto. E’ sicuramente uno spreco buttar via il cibo. Alcuni si sentono così in colpa, quando vedono buttar via il cibo, che mangiano anche gli avanzi degli altri. E’ importante prendere l’abitudine di servirsi di porzioni piccole. In questo modo si sarà meno portati a mangiare troppo e capiterà più raramente di trovare il coraggio di buttar via il cibo. Lo scopo è quello di smettere di mangiare non appena si è sazi. Quando si ha fame bisogna fare attenzione ai messaggi del corpo: si scoprirà che il corpo dice di che cosa si ha bisogno (non è facile e richiede allenamento).





iamo quello che mangiamo … Siamo quello che mangiamo è un detto fin troppo noto tra quelli che si occupano di alimentazione. Da un punto di vista biochimico è un’immagine un po’ fantasiosa, ma non di meno mette in evidenza il fatto che abbiamo il controllo sulla nostra salute e sul nostro benessere. Ciascuno di noi prende queste decisione, piccole o grandi, ogni giorno della nostra vita: appropriate e riuscite da una parte, inappropriate e destinate alla sconfitta dall’altra. E’ la somma di queste decisioni che determina chi riesce e chi fallisce, chi si ammala e chi sta bene, chi sopravvive e chi soccombe. Fortunatamente, in questo particolare momento storico super tecnologico, possiamo trovare facile aiuto e valido supporto nella nostra conoscenza - anche se spesso prodotta con mezzi bizzarri e non completamente veritieri -  poiché cominciamo a capire quale prezzo paghiamo per un certo modo di vivere. Esistono molte cose più importanti del confort ed alcune più importanti della salute. Ma un individuo dovrebbe essere in grado di valutare quanto gli costano le sue azioni ed i suoi fini. Poi, se fa una scelta, dovrebbe pagarne il prezzo di dolori e disastri. Spesso deciderà che i suoi valori sono scarsi, che è stato in qualche modo confuso, e quindi modificherà il suo ritmo e la sua direzione. Quello che mangiamo, spesso per compensare ogni minima contrarietà, influenza la nostra salute, e la cosa è indiscutibile - anche se a volte siamo costretti ad ingerire cose non previste e non volute - e nella nostra cultura, se veramente vogliamo, siamo noi a decidere quello che mangiamo. Esattamente come nella scelta di un menù, nella grande maggioranza delle circostanze che implicano lo stress e i cambiamenti di vita le decisioni sono nostre e nostre soltanto. RICORDIAMOLO, non voletemene, ma nel contesto della “sopravvivenza”, siamo davvero quello che pensiamo.





e strane voglie, che vengono alle donne incinte, sono spesso ragionevoli. Si sente il bisogno di mangiare una cosa dolce, si deve mangiare una cosa dolce; se viene voglia di una arancia la si deve mangiare: probabilmente il corpo sente la mancanza di qualcosa che c’è in quel alimento. Generalmente facciamo pasti piuttosto abbondanti a intervalli abbastanza lunghi, perché la società ci chiede di mangiare in questo modo. Ciò non aiuta per nulla il “centro di controllo” dell’appetito a svolgere la sua funzione il corpo agisce di conseguenza: non aspettandosi di ricevere per diverse ore, ci incoraggia a mangiarne il più possibile e mette da parte il sovrappiù che non è immediatamente necessario. Questo è immagazzinato come grasso. Se si fanno pasti più frugali e più frequenti, il cibo che si mangia viene bruciato dal corpo immediatamente, non viene immagazzinato. Perciò si mangia solo quello che il corpo richiede (mangiare poco e spesso). 

e si mangia perché si è tristi (il cibo non è mai una stampella), perché si è felici, perché la persona amata ci ha lasciato, il “centro di controllo” dell’appetito perde orientamento. Non mangiare la sera tardi. Non si deve usare il cibo come un’arma. Non si devono costringere i bambini a mangiare o anche solo a mangiare cibi che a loro non piacciono. Non devono essere privati del cibo perché hanno fatto qualche marachella. Non associare cibo e punizione, cibo e premio. Questi comportamenti hanno un effetto distruttivo sul “centro di controllo” dell’appetito. Bisogna avere pazienza nel rieducare il corpo ad ascoltare gli ordini del “centro di controllo” dell’appetito. Se uno lo ha ignorato per anni ed anni, ci vorrà un po’ per imparare ad ascoltarlo di nuovo e, soprattutto, per adottare alcune indispensabile e benefiche  regole psicosomatiche. Il mangiare in modo compulsivo è un sintomo di una disperazione interna che scaturisce direttamente dalla mancata accettazione di sé perciò quando si inizia una dieta la disperazione non cessa. Prende una nuova forma. Si diventa compulsivi nella dieta come lo si era nel mangiare. Mangiare e divorare sono modi infantili di esprimere l’aggressività. E’ una rabbia rimossa. Se non si risolve, in alcuni casi, il senso di colpa, il problema dell’alimentazione eccessiva è spesso insormontabile.





oco si parla dell’interiorità
, delle risorse interiori, di quanto può influire uno stile di vita, certi atteggiamenti mentali e alcuni modi di vedere il mondo sulle somatizzazioni … delle potenti difese che il cervello possiede se non è schiacciato da regole rigide e controlli eccessivi, soffocato dalle cianfrusaglie, da un senso di impotenza diffuso, da una condizione esistenziale insoddisfacente e dagli stati d’animo protratti nel tempo ... RICORDA, un atteggiamento mentale distaccato e libero da ritmi frenetici risveglia le proprie risorse, fa  davvero rinascere. Ogni stato d’animo, infatti, fin dalla tenere età, influenza in modo più o meno significativo e profondo le aree del cervello che agiscono direttamente sugli ormoni e sul sistema immunitario … TIENI  sempre presente, che una vita piena di disagi, di delusioni, di insoddisfazioni e di frustrazioni sono tutte condizioni esistenziali che non solo minacciano in profondità la propria identità più autentica ma oscurano completamente il senso profondo della vita ... fanno ammalare. Ogni cambiamento ringiovanisce, una nuova vita basata sulla passione e la creatività, attivando le aree cerebrali specifiche non solo ci allontana dallo stress ma “spinge” anche a soffermarsi su se stessi, insegna ad avere più cura per la propria persona e aiuta ad esprimere tutte le emozioni represse … esprimere se stessi, la propria unicità. Esaminare attentamente il rapporto tra “malattia” e psiche permette di scoprire tutti quei veleni, apparentemente non visibili, ma che possono intossicare o soffocare completamente l’organismo.



 CHILI  di troppo non sono solo un problema sociale o sanitario ma coinvolgono SEMPRE quel mondo emozionale che non si riesce MAI a manifestare liberamente e apertamente, esprimere spontaneamente e direttamente all’esterno … la ”famosa” stramangiata, infatti, cerca di neutralizzare le arrabbiature e i dissidi quotidiani, addolcire una vita piena di sacrifici, di autolimitazioni e di continue insoddisfazioni, smantellare quelle relazioni affettive deludenti, quel vissuto  vuoto senza nessuna novità, sorpresa e passione, eliminare i ricordi ingombranti trasformati inesorabilmente in rimpianti: “appesantisce” la voglia di vivere, annulla la “leggerezza” e la voglia di fare, prende il posto a un nuovo modo di essere più felice. 

na difesa psicologica messa in atto per consolarci, ingoiare e sopportare tutte quelle esperienze noiose e ripetitive che non ci soddisfano più, per riempire il vuoto di una vita fredda priva di affetti veri e sinceri, per placare ansia e zittire la depressione, per mettere a tacere tutti quegli amori andati “persi”, per togliere quell’indigestione di frustrazioni, di mortificazioni e di delusioni ingurgitate ogni giorno, per tenere sotto controllo quella fastidiosa paura di fallire o quel senso diffuso di sconfitta, per placare quel timore di non essere capiti, compresi e accettati, per spazzar via quella drammatica sensazione quotidiana di non essere all’altezza nel gestire i vari incarichi o di non avere più il controllo delle situazioni, per liberare dai veleni emotivi quotidiani, per resettare quelle convinzioni balzane di valere meno, di inferiorità e di nullità: uscire da quel tunnel esistenziale pieno di limiti, apatico, monocolore e monocorde, resuscitare da una vita controllata e compressa, oramai “spolpata” nei rapporti, relazioni, sorrisi e piaceri. 

e gratificazioni negate e i desideri schiacciati vengono inutilmente imbavagliati dalla pancia “gonfia” e tormentata, bloccando così le energie mentali, entrano in conflitto con la voglia di vivere che, non essendo più coinvolta perché messa sullo “sfondo”,  vuole essere considerata, ascoltata, gratificata e “saziata”: una situazione che urla trasformazione e leggerezza, invoca una nuova sensazione di “pienezza”, ma soprattutto, una vita soddisfacente, sana ed appagante  …  la chiave del successo di un fisico snello è AMARLO volergli BENE …   RICORDA, attraverso l’esercizio fisico, il modo in cui rispondi allo stress e mangiando le cose giuste non solo rendi felice il tuo corpo, stimoli il metabolismo e liberi le emozioni che ti “appesantiscono” ma, depurandoti e liberando creatività, smaltisci cellulite, elimini il “girovita”,  fai emergere le tue energie più profonde  … quando si è FELICI ci si sente davvero “diversi”, non dovrebbe quindi sorprendere - soprattutto per alcune categorie di persone, ovvero gli “innamorati” che vivono solo di aria - che il mondo emozionale, in particolare i modi con cui si affrontano gli aspetti non razionali della vita, possano avere un “PESO” (impatto) enorme sul funzionamento del corpo …  impara ad “accudire”  te stesso, mettiti sempre al primo posto e vedrai che i tuoi “pesi” si ridimensioneranno.





ttribuire un’eziologia psicosomatica alle malattie incontra, spesso, nel pensiero comune, molte resistenze e parecchia irritazione: difficile accettare che siamo sempre noi a generare il ‘male’. Alcuni giustamente diranno, ma tutte quelle cose che respiriamo e ingeriamo non contano proprio nulla? Certamente. Non va comunque dimenticato che sono proprio i disagi prolungati nel tempo che compromettono il funzionamento del sistema immunitario e, quindi, con difese ‘basse’ anche le cose più banali risultano difficili da 'neutralizzare'.



NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre doveroso ed indispensabile rivolgersi per la diagnosi e la terapia specifica. Questo articolo pertanto ha valore educativo, non prescrittivo.

Bonipozzi dott. Claudio Tel. 349.1050551
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