mercoledì 27 aprile 2016

Perversioni e Psicosi



Perversioni      Psicosi*
















Definizione. La perversione è una deviazione rispetto all’atto sessuale “normale” (DSM – V). Vi è perversione quando l’orgasmo è ottenuto con altri oggetti sessuali (pedofilia, bestialità …) o quando i mezzi per ottenerlo sono diversi (sadismo, masochismo, feticismo, voyeurismo, esibizionismo …). Freud tuttavia, come di seguito vedremo, ha ravvicinato la perversione alla normalità nel dimostrare che il comportamento sessuale normale è il risultato di una lunga storia evolutiva. Nell’infanzia le zone erogene sono la zona orale, poi la zona anale, prima di essere la zona propriamente genitale. In più, la libido da principio è narcisistica prima di fissarsi su un’altra persona del sesso opposto. Il bambino piccolo è dunque un perverso polimorfo. Le perversioni adulte rappresenterebbero allora una regressione della libido. 
(Libido: il termine indica l’energia psichica del desiderio, energia motrice degli istinti vitali … la forza con la quale si manifesta l’istinto sessuale. E’ l’energia di tutte le tendenze che partono dall’istinto di vita, qualunque sia l’oggetto verso il quale si rivolgono: amore degli uomini, delle idee, delle cose, amore di sé) ad uno stadio anteriore: “Non si diventa perversi, lo si rimane”.

n generale, la perversione indica una deviazione di una tendenza fisiologica naturale. Si parla di una perversione sessuale quando tale tema devia dal corso ‘normale’ che tende alla procreazione. Si parla anche di perversione del gusto a proposito dell’appetito per una sostanza che non è un alimento. Una cosa complessa, a livello culturale, è la relazione tra la psicosi e la “perversione”. Un fenomeno che ha suscitato in questi ultimi anni - proprio per l’aumento dei delitti sessuali - un interesse crescente, un dibattito acceso e molto spesso controverso. Sigmund Freud per primo aveva descritto i legami tra omosessualità e Disturbo Paranoide di Personalità (vedasi PPD); più recentemente, altri autori, hanno sostenuto una tesi, complementare, secondo la quale l’omosessualità funziona come una difesa contro l’emergenza di ansietà di tipo paranoico, e hanno tentato di mostrare che una vera paranoia rischia di prodursi se la difesa sessuale manca e diventa inattiva. Tutte queste ricerche, ce ne rendiamo conto, mettono l’accento sul ruolo della perversione come difesa contro la formazione di stati psicotici. Ma è solo dallo studio approfondito di questi meccanismi di difesa e delle operazioni del processo primario che potremo avere dati preziosi circa questo stato patologico o meno. 

(processo secondario e processo primario: si tratta di due modalità di funzionamento dell’apparato psichico).  
(meccanismi di difesa: per la psicanalisi, si tratta di una difesa dell’integrità psicologica, cioè essenzialmente di una difesa del soggetto contro se stesso a sua insaputa. La difesa è il principio stesso della rimozione* e degli altri meccanismi che hanno per effetto di ridurre la tensione - sublimazione*, regressione*, spostamento*, proiezione*, identificazione* - ecc.  Questi meccanismi si riferiscono ad impulsi inconsci, la cui esatta natura non è conosciuta dal soggetto. Tutti gli atti in apparenza fortuiti ed anodini – lapsus, dimenticanze, fantasticherie, scherzi – possono essere interpretati come meccanismi di difesa. Se la difesa è volontaria e cosciente, viene detta repressione).







l processo secondario caratterizza il sistema cosciente e preconscio mentre il processo primario definisce i meccanismi dell’inconscio, quali la condensazione, lo spostamento, la simbolizzazione, ecc. Questi meccanismi dominano nell’inconscio e si manifestano in modo privilegiato nel sogno, essi non possono essere definiti che in termini di logica “affettiva” e non di logica formale nella formazione delle perversioni che noi scopriremo attraverso quale scappatoia la perversione venga a legarsi con la psicosi, e come la messa in scena pervertita venga a imparentarsi, tramite la sua espressione simbolica, ad un sogno. Il modo di agire febbrile del pervertito - la ricerca incessante dell’omosessuale per trovare il fallo ideale che gli manca, la ricerca costante del ‘voyeur’ per captare una scena primaria che sfugga in continuazione, e dell’esibizionista, per ottenere il riconoscimento impossibile della sua identità da parte della passante anonima, la instancabile ripetizione dello scenario del feticista, o del sado – masochista - rappresenta una difesa, questa volta contro la depressione e fornisce un esempio calzante della difesa maniacale. L’angoscia di castrazione (angoscia di castrazione: terrore cosciente che accidentalmente viene provocato nel piccolo da stupide minacce delle figure di riferimento causate dalla tendenza naturale dei bambini a toccarsi o mostrare il loro sesso) è trasformata in rituale da una serie di  rovesciamenti contro se stessi e di negazioni di ogni realtà sessuale che minaccia il soggetto o il suo desiderio. Le difese che cercano di negare la realtà esteriore per sostituirne ad essa un’altra, più conforme ai desideri dell’individuo, sono il “marchio di fabbrica” della psicosi. Ma, mentre lo psicotico cerca di reinventare completamente la sua identità, il “pervertito” si limita al disconoscimento della differenza tra i sessi e della verità della relazione tra i suoi genitori. Così protetto contro questa insopportabile realtà, egli respinge ogni tentativo di comprensione della scena primaria  (scena primaria: termine che indica la scena del rapporto sessuale fra genitori, reale o supposta secondo certi indizi e fantasmi del bambino. Essa è generalmente interpretata da questi come un atto di violenza da parte del padre) da cui è escluso, e della verità del desiderio sessuale che essa rivela. In conseguenza di ciò, va a ribaltare verso l’indifferenziazione la sua propria identità in quanto soggetto sessuato. Evitando di sprofondare nella psicosi, egli ricrea, con mezzi propri della psicosi, una identità sessuale tanto fragile quanto illusoria. La costituzione della scena pervertita si rivela, nella situazione analitica, come un tentativo disperato in vista di vincere l’angoscia profonda suscitata dall’evanescenza dell’identità sessuale e attraverso l’eventuale perdita della identità soggettiva. La nozione del disconoscimento o del diniego fu oggetto di un interesse continuo di vari ricercatori. 


uesto meccanismo consiste in un rifiuto d’una percezione traumatica (complesso di castrazione), essenzialmente la scoperta del pene mancante al sesso femminile. Il ragazzino può rinnegare la sua percezione e continuare a credere d’aver visto un pene; o piuttosto può accettare questo fatto inquietante ma a condizione di contro – assalire il sesso della donna con la paura, il disgusto, od il sintomatico disprezzo della femminilità. Dinanzi a questo sesso spalancato egli si crea un feticcio o si elabora una fobia. Questo disconoscimento fondamentale della differenza sessuale e soprattutto del suo significato a livello del desiderio dei genitori, provoca delle reazioni a catena, e rende l’Io fragile dinanzi alla prova della realtà e della relazione verso l’altro. Un rigetto o abolizione del senso della scena primaria si trova associato a questo disconoscimento. Questa cecità difensiva è destinata a proteggere il futuro pervertito non solo contro l’angoscia di castrazione e di disgregazione, ma anche contro l’insopportabile ferita narcisistica nata dalla sua scoperta della relazione dei genitori e del sentimento della sua ineluttabile e definitiva esclusione da questo cerchio magico. La sua sessualità accusa una certa compulsività poiché essa deve sopportare un pesante carico; anche il suo Io,  dovendo scendere a patti sia con le istanze pulsionali (pulsione: processo dinamico che consiste in una spinta – carica energetica – che fa tendere l’organismo verso uno scopo. Questa forma anima l’esperienza e l’attività del soggetto. Una pulsione ha la sua origine in una eccitazione del corpo - stato di tensione -; il suo scopo è di sopprimere lo stato di tensione che è a capo dell’origine pulsionale. E’ nell’oggetto che la pulsione può raggiungere il suo scopo … spinta, origine, oggetto, scopo) sia con l’angoscia che esse provocano. Ed esso deve nello stesso tempo fare attenzione a riparare le brecce, sempre possibili, nello schermo che gli dissimula la verità … disponendo a questo scopo di pochi mezzi oltre l’illusione. 

i può infine parlare di una struttura pervertita allo stesso modo in cui si parla di struttura nevrotica, di struttura psicotica? E’ possibile attribuire un senso specifico alla perversione dal punto di vista dinamico? Abbiamo detto che la perversione è un modo di agire destinato a garantire al soggetto la propria identità. Questa identità, in quel che essa possiede di sessuale si trova indebolita perché risultato di un’organizzazione fragile, non avendo il soggetto trovato che una soluzione illusoria di desideri edipici (desideri edipici: si manifestano verso i 4 – 5 anni di vita; spingono il bambino ad attaccarsi amorosamente alla madre e ad odiare il padre. Il conflitto si risolve normalmente con l’identificazione col padre. Lo schema è simmetrico nella bambina. Quando nell’adulto compaiono questi sentimenti, abbiamo il complesso). Un tale scacco non si produce che in funzione d’una congiuntura favorevole, cosa che rimanda ineluttabilmente alla relazione materna precoce. Così l’immagine paterna gioca un ruolo sfumato, in quanto spogliata delle sue virtualità galliche grazie all’intermediario della negazione e del disconoscimento; l’immagina materna al contrario conserva un posto privilegiato, in quanto l’odio che essa suscita viene mantenuto rimosso grazie all’idealizzazione. La scena primaria, negata nella sua verità, viene ricreata secondo il metro dei desideri infantili ed agita nell’atto sessuale. Si tratta di una difesa maniacale contro degli stati di dissociazione e di depressione. Il materiale bruto di questo atto è ricavato dagli elementi costitutivi della sessualità infantile; suo tema: la castrazione e la padronanza della sua angoscia. Il suo aspetto compulsivo comporta una rigidità nella relazione con l’altro, poiché spesso l’altro assume il ruolo di un oggetto parziale; questa rigidità può essere limitata alle sole relazioni sessuali o può considerarsi ad ogni tipo di relazione. Le difese che garantiscono la perennità del sistema e l’identità dell’Io sono in parte nevrotiche, in parte psicotiche. Quel che può essere specifico nella perversione è la loro erotizzazione, in mancanza della quale si tratterebbe d’altri modi di agire sintomatico quali ad esempio la cleptomania. 


a mente ‘perversa’. Sulle cause delle perversioni sono state elaborate molte ipotesi. Tra queste: costituzione, rallentamento e arresto dello sviluppo psicosessuale e condizionamento ambientale. A prescindere dai vari orientamenti scientifici, l’elemento chiave di questo fenomeno è rappresentato da una fantasia sessuale ricorrente che implica impulsi o atti sessuali indirizzati a oggetti inanimati o a partner non consenzienti. La maggior parte delle perversioni, fino a poco tempo fa, soprattutto nelle loro forme estreme, sono nettamente più diffuse tra gli uomini che fra le donne. Alcune come la pedofilia e il feticismo si trovano quasi esclusivamente nei maschi. Non va dimenticato che il perverso è un individuo che in genere lavora, si sposa, può avere figli e atteggiarsi a genitore esemplare e benpensante. In particolare può condurre una vita sessuale ‘normale’ e spesso quantitativamente intensa, che però gli procura un piacere nettamente inferiore a quello che può ottenere mettendo in moto meccanismi della sua perversione. Pertanto egli viene a trovarsi in una condizione di doppia personalità nella quale, dietro a un adattamento sociale che appare ben riuscito, covano cariche antisociali e destabilizzanti che possono esplodere nei momenti di stress intensi e più impensati. Tali attività, comunque, hanno un aspetto costrittivo, sia sullo stesso ‘perverso’ (non può astenersi, trova piena soddisfazione attraverso un comportamento ritualizzato) sia su chi diventa oggetto di azioni compiute a sua insaputa, di sorpresa, di abuso di potere e di aperta aggressione (voyeurismo e esibizionismo, pedofilia - incesto, sadismo - stupro)

on esistono standard assoluti per definire “normale” uno stimolo che ecciti sessualmente una persona se non quando il fenomeno si presenta in una forma ‘estrema’. Freud, come è stato descritto ampiamente sopra, considerava le ‘perversioni’ residui della sessualità infantile, fissazioni o esagerazioni di un normale preliminare. E’ difficile dire dove finisce l’eccitamento insolito e dove inizia tale difficoltà. Atti di voyeurismo innocuo, esibizionismo, feticismo, fantasie sadiche o masochistiche tra individui consenzienti possono essere fonte di reciproca soddisfazione sessuale, purché piaccia a entrambe le parti e non provochi sofferenza a nessuno … non sia assolutamente lesivo per se stessi e gli altri. Chi ha un comportamento sessuale deviante spesso trova un partner con un problema complementare, disponibile o anche desideroso di soddisfare le sue fantasie e condividerle. Il problema si presenta quando quel particolare desiderio sessuale domina la relazione e il partner non è solo frastornato e disgustato ma anche totalmente insoddisfatto … non va dimenticato che ciò che fa eccitare una persona può essere ripugnante per un’altra. Alcuni sono angosciati dal senso di colpa che si genera attraverso lo sfogo di questi comportamenti; altri possono lamentare una disfunzione sessuale che, a un esame più approfondito, si rivela la conseguenza di una relazione in cui il partner non è sulla stessa lunghezza d’onda con il loro comportamento. Spesso i soggetti colpiti da questo malessere non si considerano ‘malati’ o ‘devianti’… e così diventa davvero difficile aiutarli. Molti dichiarano di non soffrire affatto a causa del proprio comportamento e ritengono che l’unico problema sia rappresentato dalla reazione altrui (tratto psicotico). Non essendo turbati dal loro comportamento molti soggetti con questa difficoltà cercano aiuto solo nel caso in cui tale azione li metta in conflitto con i partner o con la società. Circa la metà dei soggetti che decidono di chiedere aiuto è sposata. Spesso chi è preso da una ‘perversione’ non è in grado di stabilire una relazione con l’altro, reciproca ed affettuosa e può sviluppare nel tempo disfunzioni sessuali come l’inibizione dell’eccitazione o dell’orgasmo.


TTENZIONE, quanto sopra scritto non deve essere visto come un fatto morale, guai esprimere giudizi di valore, ma quando il comportamento sessuale di un individuo provoca dolore agli altri, quando è illegale o coinvolge i bambini, la responsabilità non deve essere ridotta solo perché il problema è descritto come quadro clinico o in un manuale di salute mentale ...  è necessario chiedere aiuto.

iassumendo. Già nei primi anni del ‘900 Freud aveva messo in evidenza lo stretto legame tra le manifestazioni della sessualità infantile e le perversioni sessuali adulte, e così pure la relazione di queste ultime con le nevrosi* e con le psicosi*. Possiamo ricondurre la sua teoria a questo, essenzialmente: la perversione può essere compresa come la persistenza, nell’età adulta, di certi elementi costitutivi della sessualità dell’infanzia a detrimento della sessualità genitale. L’autore, poi, suggerisce che gli stimoli sessuali precoci - o pulsioni parziali - si sarebbero sottratti alla normale trasformazione della pubertà ed alla rimozione*, cosa che li avrebbero trasformati in sintomi nevrotici. 

l suo pensiero si riassume succintamente nella celebre formula: “La nevrosi è per così dire il negativo della perversione”. Citazione alla quale bisogna aggiungere questa nota sintetica e profonda. I fantasmi (fantasma: fantasticheria o scenario immaginario, più o meno cosciente, legato all’angoscia e al desiderio. Il fantasma si presenta sotto forme diverse: fantasmi coscienti o sogni diurni, fantasmi inconsci così come l’analisi li scopre come formazioni immaginarie proprie a ciascun soggetto. Un comportamento ripetitivo è spesso la messa in atto di un fantasma. Il fantasma è la espressione, più o meno deformata dai processi di difesa, di un desiderio inconscio. Il fantasma può essere così considerato come la rappresentazione scenica del desiderio – rappresentazione scenica in cui la proibizione è sempre presente) chiaramente coscienti dei pervertiti - che in circostanze favorevoli possono trasformarsi in comportamenti concatenati - i timori deliranti dei paranoici* che sono proiettati sugli altri con un senso di ostilità – i fantasmi degli isterici che si scoprono attraverso la psicanalisi dietro i loro sintomi – tutte queste formazioni coincidono, per il loro contenuto, sin nei minimi dettagli. Queste prime formulazioni del pensiero freudiano tendono dunque a presentare la perversione come una vicissitudine della pulsione*


iù tardi ne rimaneggia certi passaggi ed aggiunse parecchie note in calce. In realtà si rese conto che la perversione sessuale poteva essere compresa come una formazione difensiva e non solamente come un semplice frammento della sessualità infantile sfuggito alla rimozione*. Questo significativo cambiamento indica che non vi è un diretto legame tra le pulsioni parziali della sessualità infantile e le aberrazioni sessuali. Le formazioni perverse, proprio come le strutture nevrotiche, debbono dunque essere impregnate dalle correnti complesse della situazione edipica*. Ne segue che la perversione manifesta non è altro che una emanazione d’una organizzazione inconscia ben più vasta, e la formula secondo la quale la nevrosi è il negativo della perversione diventa insufficiente. Numerosi analisti hanno potuto constatare clinicamente, una relazione d’opposizione tra manifestazione perversa e sintomo nevrotico; è così che nella nevrosi i fantasmi rimossi di contenuto perverso, arrivano alla coscienza solo in quanto rappresentazioni accompagnate da fenomeni emotivi dolorosi che sono respinti dall’Io* cosciente, mentre dei desideri simili sono, nel soggetto perverso, coscientemente accettati, tanto più che la loro realizzazione procura del piacere. Ma non possiamo impedirci di constatare nello stesso tempo l’esistenza d’una base comune alla nevrosi ed alla perversione. I sintomi nevrotici, altrettanto bene che l’agire perverso, sono delle manifestazioni visibili delle peripezie della sessualità infantile ove è giocoforza cercare di comporre, con le istanze pulsionali, la realtà costrittiva ed i conflitti inconsci dei genitori. Nei suoi scritti su questo fenomeno Freud aveva già sottolineato la complessità della perversione, insieme alla molteplicità dei meccanismi difensivi che vi si trovano implicati (diniego o condanna, rimozione, negazione, disgregazione, proiezione). Alcuni di questi meccanismi sono tipicamente nevrotici, altri più specificamente legati alla struttura psicotica.

er quanto la perversione si distingua dall’erotizzazione cosciente di questo agire difensivo, è tuttavia probabile che i conflitti tendenti a risolversi attraverso la perversione sessuale, possano altrettanto bene esprimersi tramite un altro modo d’agire “perverso”, quale la cleptomania, ad esempio. L’importanza del complesso di castrazione (complesso di castrazione: indica un fantasma* infantile. La bambina scopre la differenza anatomica dei sessi come una frustrazione - le manca l’organo maschile che a differenza del suo è visibile. Il bambino di fronte alle maldestre repressioni delle prime manifestazioni sessuali, e soprattutto nella rivalità che lo oppone a suo padre - complesso di edipo* - prova l’angoscia della castrazione*. Questa angoscia, rimossa nell’inconscio, è presente in tutte le nevrosi) nella formazione delle aberrazioni sessuali viene fin dall’inizio sottolineato dallo stesso Freud, e la clinica psicanalitica rivela sempre la sua particolare intensità nelle vittime della perversione. Il fantasma di castrazione*, come in ogni analizzato, si rivela clinicamente attraverso delle infinite simulazioni: paura della malattia o della follia, timore di una insufficienza sociale o intellettuale, paura perfino della riuscita esponendo il soggetto alla sciagura e spingendolo molto spesso al fallimento. Nei pervertiti, l’angoscia si rivela soprattutto nei riguardi del corpo e dell’atto sessuale stesso, dando il via ad una vera ipocondria* di castrazione. Nella donna questa si esprime nell’immagine d’un corpo sciupato, rovinato, disgustoso e minacciato da frazionamento interno.

a preoccupazione della apparenza fisica e del vestiario nei due sessi confina a volte col delirio*. Solo l’agire pervertito protegge il soggetto dalla sua angoscia, la maggior parte del tempo. Ma questa tregua è breve, tanto più che il suo Io* fragile, quotidianamente esposto alla meschinità dell’esistenza, alle frustrazioni, alle richieste, alle minime ferite narcisistiche (ferita narcisistica: con questa espressione si intendono tutti gli avvenimenti che colpiscono un soggetto nella immagine del sé e nel suo proprio Io, cioè nel sentimento del suo proprio valore e che gli impediscono di confermarsi o di identificarsi con il suo ‘Io ideale’, e con l’immagine ideale che egli ha di sé), suscitando una angoscia vissuta come minaccia costante di castrazione ... minaccia non proprio inverosimile per il maschietto in quando vedendo il sesso femminile, senza nessuna ‘protuberanza’, può facilmente prendere corpo la convinzione di tale amputazione. La constatazione clinica che l’angoscia di castrazione* gioca un ruolo particolarmente intenso nella genesi della perversione chiede di essere spiegata in profondità. Gli analizzati si creano del loro corpo una immagine che potremmo qualificare di ‘castrato’. Essi si vedono dunque castrati nella loro identità  di soggetto sessuato. Così, il pervertito maschio tende a credere che gli manca l’essenziale di quel che è la virilità; la pervertita donna dirà invece che le manca il segreto della femminilità e che esso si trova il di fuori di lei. La ricerca compulsiva d’un altro per “completarsi” a spese di questo è più particolarmente sottolineata nella omosessualità, cercando l’uomo senza tregua il portatore di un fallo ideale, mentre invece la donna cerca una partner idealizzata perché supposta capace di riparare ad una tale mancanza – compare che essi cercano dunque di incorporare fantasticamente attraverso il gioco sessuale.
 

a relazione omosessuale serve così ad attenuare l’angoscia di viversi come castrato perché leso nel proprio sentimento di identità sessuale. Le altre anomalie sessuali tendono allo stesso fine, e si realizzano con una infinità di condizioni, di rituali, in cui l’angoscia ed il dolore non sono che raramente assenti. Lo scenario pervertito – e ciò è soprattutto evidente nella messa in scena del feticista, del travestito e del sado - masochista – è destinato a minare la castrazione (di sé o dell’altro), a dominare così l’angoscia, e di fare di questo gioco la condizione del godimento. Il dominio del partner ed il controllo del suo godimento rappresentano qui uno scopo importante, in cui l’altro interpreta, molto spesso, il ruolo di un oggetto parziale, e al limite anonimo. Cosa è dunque questo accoppiamento insolito, che sembra non tenere conto dell’amore, in parecchi casi, ed in cui la posta non è l’esperienza di un godimento reciproco, bensì piuttosto una sfida alla paura di un gioco angosciante di dominio e di equilibrio? E da dove viene questa scena primaria* fittizia? 

onviene ricordare qui quel che ha detto Freud nella fase fallica (fase fallica: periodo dello sviluppo affettivo che va dal terzo al sesto anno di vita. E’ caratterizzato dall’interesse che il bambino rivolge agli organi genitali ed alla differenza tra i due sessi ma, soprattutto, dall’importanza che egli attribuisce al fallo come simbolo di potenza. Il rapporto affettivo viene instaurato in particolare col padre, mentre durante la fase precedente - fase sadico anale - era stabilito soprattutto con la madre. Ma è un rapporto ambiguo, perché il padre, con la sua virilità, assume la figura di rivale. È in questa fase che può instaurarsi il complesso di edipo*): dinanzi all’angoscia di castrazione nella situazione edipica; esso deve scegliere tra l’oggetto d’amore e lo strumento del piacere, tra sua madre e il suo pene. Evidentemente, dice l’autore, egli sta per rinunciare all’oggetto incestuoso. Ma l’analisi ci rivela che il futuro pervertito, al contrario, resta aggrappato, nel suo inconscio, all’oggetto primordiale del desiderio, in maniera tale che nessun altro oggetto può prendere il suo posto. Una  identificazione sessuale normale ai genitori dello stesso sesso diventa impossibile e, in tal modo, il sesso del soggetto è come interdetto. Così il feticista che paga delle prostitute per frustarle, giacché questo è per lui il solo accesso al godimento sessuale, non si serve del suo pene come ha fatto suo padre; l’omosessuale (donna) che cerca di essere amata da un’altra donna e di completarla, non si identifica con sua madre nel suo ruolo genitale. Questi bambini infelici si sono trovati obbligati a reinventare la loro sessualità e la loro scena primaria*, per evitare lo scambio fra i genitori e per negare nello stesso tempo l’inaccettabile verità della relazione tra i genitori. In questo nuovo sistema non è il pene del padre che fa godere la madre; essa non lo desidera ed il padre è spesso perfino ritenuto superfluo; è ormai il bimbo che possiede ‘il vero segreto del godimento’. Questa nuova sessualità verrà chiamata ad adempiere diverse funzioni perché gravida di sensi diversi. Essa sarà necessariamente compulsiva in una certa misura, giacché il pervertito non sceglie d’essere tale, né tanto meno la coscienza di scegliere la sua perversione. Durante  il procedere del trattamento psicoterapico esso scoprirà che la sua creazione sessuale lo controlla più di quanto egli la possa controllare.


l pervertito si vede dunque come un essere castrato, e le sue identificazioni sessuali, derivate dalla situazione edipica, testimoniano una soluzione delineata dall’Edipo*. Questa soluzione ‘pervertita’ attraverso la quale i conflitti edipici e la minaccia di castrazione sono stati evitati, è mantenuta grazie a dei meccanismi primitivi quali la ritrattazione (che nega la differenza tra i sessi e la relazione tra i genitori) e la negazione (che fa della castrazione un gioco di padronanza e la condizione stessa del godimento). Accade che nella vita l’individuo si scontri con difficoltà che gli sembrano insormontabili. Rischia allora di dover regredire* ad una fase anteriore al suo sviluppo. Se non può assumere sessualmente la sua condizione d’adulto, tenta di tornare bambino d’un tempo. Si mette su una strada che può condurlo sia alla regressione completa (perversione), sia alla lotta contro il desiderio di perversione (nevrosi). Ogni perversione e ogni nevrosi (che è il suo negativo) si caratterizza con una fissazione ad una fase che dovrebbe essere integrata alla personalità adulta. L’ossessivo è fissato alla fase sadico – anale, l’isterico alla fase orale, l’esibizionista alla fase fallica. Nel corso dell’ evoluzione l’individuo corre due rischi, la fissazione* e la regressione*.  Può accadere che una fase* evolutiva sia investita più di un’altra. La libido  rimane fissata, in parte o del tutto, ad una fase. 

e il complesso di edipo* non viene risolto in modo soddisfacente, la libido non raggiungerà mai la fase genitale, o regredirà ad una fase già superata in precedenza. La regressione dà origine alla perversione. Se l’Io* lotta contro il desiderio di regredire, il soggetto diventa, a seconda del meccanismi di difesa* attivati nevrotico o psicotico. Nevrosi e perversioni sono trasformazioni patologiche della libido.

(Libido: indica l’energia psichica che sottende ogni movimento o comportamento in rapporto con l’amore; è la quantità di energia posta al servizio delle pulsioni*. Viene descritta in varie fasi: orale, sadico – anale, fallica, genitale. Ogni fase è definita da una particolare organizzazione della libido attorno ad una zona esogena: bocca, ano, genitale).


Dove portano le deviazioni e le aberrazioni sessuali

asochismo. Il masochismo è una forma di perversione che spinge il soggetto a sottoporsi ad una sofferenza fisica o morale per provare un piacere sessuale. Rivolta verso gli altri, questa tendenza si chiama sadismo. Sadismo e masochismo costituiscono degli opposti complementari, ritrovabili in coppia al di fuori della perversione. Freud ha dimostrato che questa coppia corrisponde ai due aspetti passivo e attivo d’ogni vita sessuale, e che la si ritrova soprattutto nella sessualità del bambino. Freud distingue tre forme di masochismo: erogeno, femminile e morale

reud considera il masochismo erogeno una condizione preliminare alla comparsa di qualsiasi perversione caratterizzata dal legame di piacere e sofferenza. Il masochismo femminile esiste in potenza in ogni essere umano, ma raggiunge il suo sviluppo più pieno nella donna. Freud lo constata negli individui che si sforzano di collocarsi “in una situazione caratteristica della femminilità”. Il masochismo morale si trova in molte nevrosi: è caratterizzato dal desiderio di autopunizione e di accusa, che arriva a formare un vero complesso di colpa. L’espressione sado – masochismo indica forme combinate di sadismo e masochismo radicate nella vita pulsionale*. Nella genesi di questa unità, il sadismo sarebbe anteriore al masochismo. Esiste una masochismo primario ed un masochismo secondario. In una prima fase, gran parte della pulsione* di morte verrebbe rivolta verso il mondo. Il masochismo secondario corrisponde al ripiegamento di questa aggressività verso l’Io*. Freud ha studiato il rapporto del fantasma* masochista con l’omosessualità. Pare che il sado – masochista, che svolge un ruolo determinante in tutta la vita, abbia radici nella vita sessuale del bambino.
arcisismo. Il termine narcisismo fu introdotto in psicopatologia per indicare un comportamento pervertito rapportabile al mito di Narciso (che preferì stringere la propria immagine riflessa piuttosto che risponde alle ‘avance’ della ninfa Eco). In un primo tempo Freud usa questo termine per indicare una certa scelta degli omosessuali (che prendono se stessi come oggetto sessuale e cercano chi gli somiglia). Ma l’analisi di certe forme di psicosi doveva portarlo a scoprire che il narcisismo, descritto dapprima come perversione, corrisponde in realtà ad una fase sessuale infantile, osservabile nel periodo precedente a quando il bambino inizia a scegliere un oggetto d’amore nel mondo esterno (vedasi Totem e tabù). In genere si distinguono un narcisismo primario e uno secondario. Il narcisismo primario è quello del bambino, che prende se stesso come oggetto d’amore senza alcun rapporto con il mondo esterno. Questo stato corrisponde alla credenza infantile nell’onnipotenza dei propri pensieri, ritrovabile nei primitivi. Si tratta di amore che resta fissato all’Io*, prigioniero del proprio fascino. Il narcisismo secondario è uno stato morboso che s’incontra nelle più gravi di tutte le malattie mentali: le psicosi. Non si tratta  più d’una fase della libido, ma d’una regressione patologica. Il mondo intero può venire privato d’ogni legame affettivo con il soggetto che ripiega il suo amore sull’Io*. Il narcisismo è frequente in malattie come la schizofrenia e la paranoia. Poiché il mondo viene disinvestito della libido*, il malato si chiude in un mondo immaginario, dove rivive  un “sentimento oceanico” del bambino: il delirio. Il fantasma* più caratteristico di questa regressione narcisistica è quello della “distruzione del mondo”. Il malato ha l’impressione che dall’inizio delle sue turbe tutto l’universo sia crollato. Infatti l’ha completamente disinvestito. Attraverso i suoi fantasmi* s’é costruito un mondo interiore nel quale può vivere.


aranoia. Delirio cronico sistematizzato, ma che, contrariamente alla schizofrenia, non sfocia nella dissociazione della personalità. I deliri paranoici si caratterizzano per alcuni aspetti particolari: orgoglio, diffidenza, giudizi errati, disadattamento sociale. Il paranoico riesce spesso ad impressionare l’ambiente in cui vive con ragionamenti apparentemente logici, ma le cui premesse sono sbagliate. Tutti gli argomenti che affronta rafforzano la sua convinzione; scopre sempre degli indizi e delle prove in appoggio di ciò che dice; non accetta i pareri contrari; è testardo, rigido, niente può scuotere la sua certezza. Inoltre sospetta della buona fede delle persone che gli sono vicine; si considera una vittima, è suscettibile, insoddisfatto, incompreso; tutto lo annoia, soltanto il proprio personaggio è interessante, si lamenta che nessuno se ne renda conto. Crede tuttavia di essere pieno di comprensione e di avere molte capacità, il cui valore viene misconosciuto. Aggressivo o “gatta morta”, il paranoico può essere molto persuasivo, ricco di immaginazione; organizza tutte le sue reazioni con apparente coerenza, attorno ad un unico tema: la vendetta. Il delirante paranoico interpreta quanto vede e sente come segni di ostilità a suo riguardo. Questi deliri di odio sono forse la proiezione  di un inconscio sentimento di colpa legato talvolta ad una omosessualità rimossa. Le cause della paranoia, infatti, verranno messe in luce soltanto dall’analisi di un caso clinico (Caso Schreber = difesa contro l’omosessualità). In tale analisi viene messo in evidenza il ruolo dell’omosessualità rimossa  e come i deliri paranoici siano collegati nel processo della proiezione*.

sibizionismo. Tendenza impulsiva maschile (è raro che la donna mostri il seno o qualcos’altro, se lo fa è più un gesto seduttivo che auto – erotico) a mostrare gli organi sessuali in pubblico. Secondo gli psicanalisti, questa tendenza dipenderebbe - in un soggetto di intelligenza normale - dal desiderio inconscio di negare il complesso di castrazione*. In un minorato psichico, invece, si tratta di una fissazione della sessualità allo stadio narcisistico infantile. L’esibizionismo si può associare a disturbi nevrotici, si trova in alcuni fobici e ansiosi che sono alle prese con un forte senso di colpa inconscio che li porta da un momento all’altro ad essere puniti. All’inizio tale comportamento è privo di sensi di colpa: si ricerca il piacere genitale al prezzo dello choc per la sorpresa e il disgusto espresso nello sguardo della vittima. Gli atti esibizionistici si riscontrano facilmente in quadri clinici  schizofrenici e in soggetti colpiti da lesioni cerebrali organiche: stati demenziali, ritardo mentale, epilessia, alcolismo. E’ insolito che l’esibizionista molesti con parole e con altri atti ... significa mostrare ciò che non si possiede!!! oyeurismo. Modo patologico, prevalentemente maschile, di raggiungere piena soddisfazione sessuale solo spiando donne che si spogliano, si lavano, urinano o defecano, oppure coppie mentre hanno rapporti intimi. Per questo soggetto, il piacere di vedere ne determina una ricerca inestinguibile, un’avidità mai soddisfatta. L’orgasmo si raggiunge con la masturbazione. Anche in questo caso, a livello dinamico,  si chiama in causa l’angoscia di castrazione* … in questo modo, il voyeur nella sua mente, essendo spettatore pensa di non correre nessun rischio a livello di castrazione, semmai è l’altro che sta  osservando  ad essere in ‘pericolo’.

eticismo. Deviazione della sessualità che consiste nel sostituire l’oggetto sessuale con un altro, per nulla adatto alla normale meta sessuale … unico elemento che rende possibile un orgasmo autoerotico o insieme ad un partner il cui ruolo, però, è esclusivamente accessorio Si tratta di solito d’una parte del corpo (capelli, piedi) o d’un oggetto vicino all’amato, e di preferenza al suo sesso (biancheria intima). Il desiderio si rivolge ad un vestito o ad una parte accessibile del corpo dell’amato. Il feticismo diventa specifico quando il feticcio si stacca da una data persona e diventa oggetto sessuale in sé. Il bisogno di feticcio si fissa, sostituendosi definitivamente alla meta normale. Da una semplice variante della pulsione* sessuale si passa all’aberrazione patologica. Il significato inconscio di questo fenomeno nell’adulto richiama in causa la fissazione della libido su oggetti parziali arcaicamente sovrainvestiti: seno materno, feci, pene, piede. La psicanalisi dimostra che dietro il primo ricorso che riguardi la formazione del feticcio si nasconde una fase* dimenticata dello sviluppo sessuale, si tratta di un ricordo di copertura. Freud attribuisce il feticismo del piede (simbolo sessuale molto antico, mentre la scarpa simbolizzerebbe i genitali femminili) alla rimozione della “pulsione del vedere”. Questa, nel cercare le parti genitali, è bloccata dai divieti, e si fissa sul piede o sulla scarpa. Per il bambino il piede sostituisce il pene la cui mancanza nella donna lui non accetta.

aranoia. Delirio cronico sistematizzato, ma che, contrariamente alla schizofrenia, non sfocia nella dissociazione della personalità. Secondo alcuni autori la costituzione paranoica comprende quattro tratti essenziali:

1.         Ipertrofia dell’io;

2.        La diffidenza, che può arrivare fino al delirio di persecuzione;

3.    La falsità del giudizio, poiché il malato non tollera che le proprie opinioni, basate peraltro su argomentazioni speciose, cioè assurde;

4.        Disadattamento sociale.

Bisogna distinguere il carattere paranoico sopra indicato, dal delirio paranoico, delirio di interpretazione e di persecuzione. Il delirante paranoico interpreta quanto vede e sente come segni di ostilità a suo riguardo. Questi deliri di odio sono forse la proiezione di un inconscio sentimento di colpa (legato talvolta ad una omosessualità rimossa).


e si hanno fantasie sessuali particolarmente inconsuete oppure vengono predilette situazioni al limite della normalità o della legalità, quando si subisce o si può fare del male a se stessi o agli  altri, se i tratti sessuali turbano o suscitano repulsione è proprio il caso di chiedere AIUTO.


La comprensione dell'articolo richiede conoscenze psicoanalitiche.




Tel. 349.1050551
Bonipozzi dott. Claudio 
 E mail: bonipozzi@libero.it 

NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre doveroso ed indispensabile rivolgersi per la diagnosi e la terapia specifica. Questo articolo pertanto ha valore educativo, non prescrittivo.



lunedì 4 aprile 2016

Dipendenza … i suoi mille volti


Dipendenza  …  i suoi mille volti                     




uante volte, con tono saccente, sentiamo in giro qualche “verdetto”, senza possibilità di appello, circa questo complesso, doloroso e invalidante problema esistenziale sia fisico sia psichico. Ovvero: “La dipendenza è solo un alibi, una sofisticata scusa". I cosiddetti etilisti, tossicomani non sono altro che irresponsabili, dei buoni a nulla, senza spina dorsale e forza di volontà, che non sanno badare assolutamente a se stessi. So esattamente cosa somministrare duramente, prescriverei “farmaci”  con forza, ma di quelli ‘pesanti’, a questi soggetti, a dir poco pericolosi e violenti. Spesso è comprensibile che molte persone abbiano queste opinioni sulle varie dipendenze. Il disagio causato dalla dipendenza può instillare nell’osservatore rabbia, paura e, spesso, desiderio di rivalsa o vendetta. I giornali raccontano storie agghiaccianti di soggetti “dipendenti” che picchiano anziani per rubare loro piccole cose o, addirittura, la misera pensione … aggrediscono con violenza e ferocia disumana per un pugno di euro.  Furto efferato per comprarsi la droga, mogli e bambini maltrattati sotto i fumi dell’alcol … queste sono le immagini che affiorano alla mente nell’udire la parola “dipendenza”. Non deve sorprendere, dunque, se la maggior parte della popolazione, e soprattutto in questo periodo storico di particolare instabilità sociale ed economica, è giunta a considerare la dipendenza semplicemente come mancanza di responsabilità e di autocontrollo da parte del soggetto coinvolto in questi comportamenti. Ma che cosa è questa “dipendenza”?  

ale condizione si verifica quando una persona attiva una relazione distorta con un’altra persona, un’attività, ma anche rispetto a una situazione, un luogo o una cosa … spesso non riesce a riprendersi e, quindi, distrugge la sua vita. Il fatto che la dipendenza sia una schiavitù connessa a determinate sostanze o attività viene in genere accettato da quanti operano in questo settore. Ciò che rimane in discussione è la maniera in cui un individuo diventa succube, ci si interroga perché alcuni soggetti riescono ad uscire da certe situazioni, riescono a guarire completamente, mentre altri muoiono per cause direttamente legate alle dipendenze e perché alcuni, invece, trascorrono la loro esistenza lottando tra periodi di astinenza e ricadute … qual è la vera natura della dipendenza? Qualsiasi definizione valida deve includere elementi fondamentali ed escluderne altri. Per ogni tipo di dipendenza pare vi siano quattro componenti principali, ossia la compulsione, la dipendenza biochimica, la regolarità e la tendenza distruttiva.
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COMPULSIONE. E’ una spinta irrefrenabile a compiere un’azione, un’urgenza intensa travolgente di fare qualcosa (giocare d’azzardo, bere, mangiare, fumare, drogarsi, relazioni sessuali, shopping, internet, videogiochi, computer) anche se si oppone o la disapprova. Mentre si è alle prese con un’azione compulsava il soggetto fugge da uno stato d’animo insostenibile: si allontana da pensieri invasivi e non prova più un senso di solitudine o di noia; lo stato d’angoscia viene sostituito dalle varie "dipendenze", prendono il posto del disagio emotivo  … ecco perché è difficile “allontanarsi”, sospendere tali comportamenti.

IPENDENZA BIOCHIMICA. Tale condizione fisiologica implica la necessità di fare qualcosa, un fenomeno ben distinto dal desiderio. Il nucleo di tale concetto è l’idea di affidarsi a qualcuno o qualcosa. La frase “Dipendo da te, non mancare” significa che ci sentiremmo lasciati, trascurati o abbandonati a noi stessi se tale “punto di riferimento” non si presentasse. Pertanto la dipendenza biochimica, in rapporto alla dipendenza intesa come condizione generale, implica la consapevolezza o la convinzione che vi saranno ripercussioni negative o sgradite se l’individuo non assume droga o non agisce in base a un comportamento di dipendenza.

EGOLARITA’. Con il termine regolarità si intende che il comportamento che dà dipendenza è un tratto costante della vita della persona. La frequenza degli episodi può variare enormemente da individuo a individuo. Il soggetto che fa abuso di alcol può eccedere nel bere solo ogni sei mesi, mentre l’alcolista che raggiunge lo stato di ubriachezza può bere ogni giorno. Inoltre, il numero di episodi può variare man mano che la dipendenza si aggrava, cosicché ciò che era iniziato come evento episodico ogni una o due settimane assume frequenza giornaliera.

INFLUENZA DISTRUTTIVA. Un quarto elemento fondamentale della dipendenza è il suo carattere distruttivo. La tendenza distruttiva implica recare danni o lesioni a qualcosa o qualcuno e ciò si realizza a vari livelli di gravità: si può riscontrare un deterioramento graduale e costante oppure danni immediati e deleteri, nonché una vasta gamma di possibilità disastrose intermedie.

DEFINIZIONE. Se si combinano gli elementi sopra indicati, è possibile formulare una definizione di dipendenza quale condizione per cui un individuo assume una sostanza, o agisce in un determinato modo, su base regolare in risposta a un desiderio urgente, qualche volta irrefrenabile, e che, nell’eventualità in cui non possa farlo, proverà sensazioni negative o un malessere reale. Infine, assumendo la sostanza o ponendo in atto il comportamento, la persona affetta da dipendenza provoca danno a sé o ad altri. Se si adotta tale definizione, le persone che hanno sviluppato una dipendenza compiono azioni dannose nei propri o altrui confronti in risposta a un desiderio insopprimibile e alla paura delle conseguenze nell’eventualità che non lo facciano. Questo approccio implica che i soggetti affetti da dipendenza non sono semplicemente degli irresponsabili, bensì agiscono in base a impulsi estremamente forti dettati dai comportamenti che danno dipendenza. Inoltre, ciò implica che la dipendenza non è un fenomeno rigidamente circoscritto. E’ infatti impossibile tracciare un limite tra dipendenza e non dipendenza; in generale, lo sviluppo della dipendenza è un processo graduale che si misura sull’intensità delle compulsioni, la profondità della dipendenza biochimica e la gravità della tendenza alla distruzione. Pertanto, una persona può essere dipendente da una sostanza o un’attività in forma lieve, mentre un’altra può essere fortemente dipendente dalla medesima sostanza  o attività. La gravità della dipendenza è sovente, connessa alla natura della sostanza o dell’attività nonché alla durata del coinvolgimento. 

on deve mai essere sottovalutato che chiunque può essere considerato un soggetto potenzialmente dipendente e, probabilmente, la maggior parte di noi è, in un modo o nell’altro, legato a un comportamento che dà dipendenza. Alcune dipendenze, ovviamente, sono più distruttive di altre e alcune persone si spingono molto oltre lungo la china di quelle considerate più pericolose. Sono questi gli individui che distruggono la propria vita e danneggiano quella del prossimo, che tendiamo ad “additare” come veri e propri soggetti dipendenti. Per poter curare e sanare la loro esistenza e ridurre al minimo i danni, è importante comprendere a fondo la natura del problema. La dipendenza sta diventando la principale problematica dei servizi socio – sanitari della società moderna (di grande rilievo il gioco d’azzardo, sessuali, e – mail). Ogni generazione è sempre stata caratterizzata da un problema di fondo in ambito sociale. All’inizio del diciannovesimo secolo fu l’indigenza prodotta dall’urbanizzazione e dalla rivoluzione industriale: le malattie imperversavano nei quartieri poveri densamente popolati delle città, ove in mancanza di igiene, la scarsa reperibilità dei medicinali e l’indifferenza delle classi più abbienti abbandonarono migliaia di persone al loro destino. Due conflitti mondiali  - e quello attuale non scherza affatto - nell’arco di qualche decennio costarono milioni di vite e distrussero numerose nazioni europee, ostacolando lo sviluppo di qualsiasi politica di servizi sociali fino all’epoca di pace degli anni cinquanta. Da allora, in concomitanza con l’espansione economica, il problema della dipendenza è cresciuto e si è diffuso nella maggior parte delle società occidentali. La dipendenza è un cancro  che si diffonde all’interno della famiglia del genere umano. Ma quali sono le cause della dipendenza?

edazione del dolore emotivo. Una causa molto diffusa di dipendenza è l’uso di sostanze chimiche (farmaci, cibo, alcol), o l’adozione di determinati comportamenti, allo scopo di alleviare il dolore emotivo. Attività quali l’automutilazioni e i disturbi del comportamento alimentare sono anch’esse correlate a un bisogno di alleviare la sofferenza emotiva. Purtroppo alla fine sviluppano dipendenza da una sostanza che peggiora soltanto la situazione e che, a sua volta, alimenta il bisogno della droga. Pertanto, il circolo deleterio di dolore, sedazione o fuga, altro dolore e ulteriore sedazione, prosegue fino all’inevitabile distruzione, e questo è un tratto comune a numerose forme di dipendenza.

saltazione ed eccitazione. L’assunzione di alcune sostanze chimiche, principalmente gli stimolanti, e determinate attività, ad esempio il gioco d’azzardo compulsivo o attività sessuale frenetica possono procurare sensazioni di grande esaltazione e piacere. E’ facile capire il perché della tentazione di ripeterle. Gli individui diventati schiavi del bisogno di esaltazione ed eccitazione formano un gruppo particolare di soggetti dipendenti. Spesso sentono il bisogno di gestire le responsabilità, presentando una bassa soglia di sopportazione, e sono lievemente immaturi dal punto di vista dello sviluppo psicologico, ma si differenziano dalle persone che abusano di droghe e che seguono comportamenti compulsivi per alleviare o reprimere sensazioni dolorose.

LE VARIE DIPENDENZE
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Dipendenza religiosa. Questa forma di dipendenza presenta numerose caratteristiche e può essere riscontrata in un certo numero di individui appartenenti a ciascuna principale religione. Si osservano connotazioni diverse a seconda che sia radicata in una vocazione giudaico – cristiana o islamica da un lato, oppure in una dottrina più esoterica e mistica, tipicamente orientale, dall’altro. Nel primo caso, è più probabile assistere a una negazione dei sentimenti, alla credenza che l’autorità sia più importante del rapporto con il singolo, una rigorosa applicazione dei precetti religiosi senza alcun riferimento alla loro rilevanza in una data situazione e l’alienazione da chiunque non condivida la visione del mondo di tale gruppo. Nel secondo caso, l’enfasi viene posta sulla perdita della capacità di riflettere autonomamente e la rinuncia al senso di identità personale. La fissazione sul distacco dalle difficoltà materiali correnti conduce all’incapacità di funzionare socialmente e all’isolamento dagli altri.

soggetti dipendenti solitamente sono individui idealisti, persone emotivamente vulnerabili che cadono vittima delle promesse di un determinato gruppo o sistema religioso. Essi cercano di arginare la propria infelicità e insicurezza affidandosi ciecamente alle certezze del sistema di credenze religiose abbracciato, dipendendo al tempo stesso dagli altri membri del gruppo e dai leader per ottenere un senso di affermazione e nutrimento emotivo. Tale combinazione di ruoli, tuttavia, non funziona poiché, da un lato, la realtà riesce sempre in qualche modo a penetrare la consapevolezza della persona e, dall’altro, i membri del gruppo non sono in grado di fornire un apporto sano in quanto afflitti dal medesimo problema. Insoddisfazione e angoscia più profonde vengono interpretate come incapacità di praticare il culto correttamente, di seguire attentamente le regole o di meditare in modo corretto, il che spinge la persona a sforzarsi sempre più e a concentrarsi sulla ricerca della propria anima. L’angoscia permane finchè l’individuo non soffoca totalmente se stesso e si trasforma in un automa emotivamente insensibile oppure raccoglie il coraggio di abbandonare il gruppo. E’ probabile che allontanandosi da quest’ultimo la persona cada in qualche altra forma di dipendenza, a meno che non riceva l’aiuto necessario. Se ciò accade, il suo destino rafforza la credenza degli altri membri del gruppo che il mondo esterno è malvagio e deve quindi impegnarsi con maggiore convinzione a rimanere entro i sicuri quanto obnubilitanti confini della loro ideologia religiosa.

ipendenza da sesso. Può darsi che questa dipendenza sia un fenomeno relativamente nuovo oppure che sia sempre esistito e solo ora attraverso comunicazioni più veloci stia venendo alla luce. Come la maggior parte delle dipendenze, quella sessuale presenta alcune caratteristiche ben definite. I soggetti dipendenti sono compulsivamente spinti ad usare il sesso come mezzo di distrazione e sollievo emotivo. Il loro comportamento sessuale ha poco o nulla con l’intimità o il rapporto d’amore, e tanto meno si riferisce alle esigenze sessuali relativamente normali che alcuni individui esprimono frequentando un certo numero di partner, soprattutto durante la prima età adulta. Viceversa, la dipendenza rivela un bisogno compulsivo di fare sesso per colmare il senso di vuoto interiore della persona, alleviare l’ansia o l’angoscia. La società moderna offre al soggetto dipendente una gamma quasi inesauribile di stimoli correlati al sesso …  è un settore che dal punto di vista economico, non ne risente dell’attuale crisi. Accessori, materiale pornografico, libri, e manuali sul sesso possono essere utilizzati per creare l’eccitazione e l’orgasmo in compagnia o in solitudine

ludendo la realtà attraverso il ricorso a fantasie erotiche e alla masturbazione, assorbendo le immagini pornografiche e gli stimoli connessi, l’individuo “intacca” lentamente qualsiasi parvenza di sessualità “normale” (che per la maggior parte delle persone include sempre un certo livello di fantasie e atti masturbatori). In tal modo, la capacità di sperimentare vero amore e intimità sessuale risulta, spesso, “compromessa”. I soggetti dipendenti dal sesso confondono le sensazioni biochimiche dello stimolo sessuale con il legame affettivo che accompagna il sesso per amore. Man mano che il vuoto interiore aumenta, la persona si sforza sempre più di colmarlo per mezzo dello stesso elemento che di fatto lo crea. Innescando così quel meccanismo futile che sembra essere il principio dominante di tutte le forme di dipendenza, ovvero l’uso di qualcosa per soddisfare i propri bisogni “primari”, senza tuttavia ottenere alcun risultato tranne quello di danneggiare nel frattempo, non solo i rapporti interpersonali, ma anche la persona stessa ... semplicemente perché ogni cosa ruota attorno a questa attività.

ipendenza affettiva.  L’idea che le persone possano diventare psicologicamente dipendenti da un altro essere umano o gruppo è piuttosto recente (esiste un fenomeno simile inserito nel DSM con la dicitura: Disturbo dipendente di personalità). In generale, nella dipendenza affettiva l’individuo presenta le seguente caratteristiche:

1. E’ costantemente impegnato a cambiare l’altra persona allo scopo di vedere soddisfatti i   propri bisogni;
2.  Viene ferito psicologicamente all’interno del rapporto;
3. E’ incapace di cambiare i propri schemi di comportamento o di troncare il rapporto.


li individui il cui coinvolgimento nel rapporto con un’altra persona ha raggiunto livelli patologici di dipendenza tendono a manifestare scarsa autostima, un’elevata tolleranza alla sofferenza nonché il bisogno di definire il proprio valore in base all’opinione altrui. Essi sopravvalutano la sofferenza del prossimo e sottovalutano la capacità altrui di cavarsela, provando un senso di fallimento quando non sono in grado di rendere felice qualcuno. 

utti questi aspetti confluiscono in una grave forma di disfunzione in tema di capacità di relazionarsi a se stessi e agli altri. In buona sostanza, un rapporto che genera dipendenza è una condizione che intorpidisce mentalmente la persona, la rende incapace di esprimere i propri sentimenti e mina gravemente la salute e il benessere psicologico. La scarsa autostima è il punto di partenza della dipendenza affettiva. Solitamente è il retaggio di difficoltà vissute durante le fasi evolutive quando il bambino si sente maltrattato, ovvero viene lasciato privo di sostegno, non è amato o riceve poco affetto, ammirazione, approvazione e guida. In seguito a tali carenze affettive, una volta raggiunta l’età adulta, alcuni individui collocano la propria autostima all’esterno nelle relazioni. Ciò significa che diventano totalmente dipendenti dalle valutazioni altrui al fine di sentirsi bene con se stessi. Lo scopo principale dei periodi dell’infanzia e dell’adolescenza è quello di formare persone con un senso di identità integro, che provano particolare amore e rispetto per se stesse. In assenza di tali influenze formative positive, la persona rischia di trascorrere la vita disorientata, cercando disperatamente qualcuno in grado di darle quel senso di autostima che le manca. Ne consegue che tale persona diventa un ostaggio nelle mani di chiunque gli dimostri approvazione o particolare attenzione. All’interno del rapporto disfunzionale da cui dipende, la persona è pronta ad accettare anche l’inaccettabile. Avendo imparato a non attendersi troppo dagli altri, si sorprende quando qualcuno assume un atteggiamento positivo verso di lui. Il soggetto dipendente può sposare la prima persona che dimostri interesse nei suoi confronti e fondare il rapporto esclusivamente su tale premessa. Alla fine, si sentirà costretto a lottare per anni all’interno di una relazione “zoppa” che fin dall’inizio non ha mai dato ciò di cui aveva bisogno o che aveva realmente desiderato. L’elevata tolleranza alla sofferenza, unita ad una straordinaria resistenza, sovente conduce a una vita di infelicità e a stress. 

nche la paura svolge un ruolo significativo nei rapporti di dipendenza affettiva. La posta in gioco, infatti, è particolarmente alta: il bisogno di amore e di accettazione è forte e, tuttavia, legato a una sottile e costante paura del rifiuto ugualmente intensa. i soggetti che vivono rapporti di dipendenza affettiva non hanno un senso certo della propria identità. Essi cercano esternamente a sé una base su cui misurare il proprio valore. Poiché è estremamente gravoso rischiare il rifiuto o la critica, tali persone adottano un comportamento perfezionista e un elevato livello di autocritica. Di conseguenza, pongono standard molto elevati per se stessi e, ovviamente, per gli altri, hanno solitamente un forte senso di responsabilità, sono grandi lavoratori e fanno di tutto pur di non rischiare il fallimento ai propri occhi o nell’opinione di colleghi ed amici. Questa complessa rete di trappole emotive è completata da un aspetto del rapporto che conduce molti individui a un’intera vita di sterile infelicità. Si tratta dell’abnorme senso di responsabilità personale che investono nell’esito della felicità altrui e che li affligge con enormi sensi di colpa per quel che riguarda i sentimenti del prossimo. Il senso di colpa affonda le radici nel senso di responsabilità verso gli altri, che presso tale individuo risulta essere ipersviluppato in seguito a un insegnamento impartito direttamente dalle figure di riferimento o indirettamente dall’esposizione alle sofferenze di queste ultime. 

capi di questa ingarbugliata matassa conducono ad  uno stile di vita devastante dal punto di vista emotivo. In tutte le principali sfere esistenziali, inclusi i rapporti con se stessi, gli altri e il lavoro, coloro che soffrono di dipendenza affettiva, vengono presi in un invalidante vortice di sofferenza emotiva e disorientamento intellettuale. Non deve quindi stupire quindi se molti di loro pian piano cadono prigionieri nella rete di qualche altra forma di dipendenza.
Gioco d’azzardo.  La dipendenza da gioco d’azzardo è una questione molto più complessa del banale acquisto di un “Gratta e vinci” o del semplice desiderio, benché spesso intenso, di affrontare il rischio di una scommessa. Ha effetti altamente distruttivi: il danno indiscutibile in cui si incorre finanziariamente sovente riflette un disagio intellettuale, spirituale ed emotivo molto profondo, è davvero invalidante. Attualmente stanno emergendo parecchi elementi che tendono ad essere considerati parte soggiacente del disturbo. I giocatori di azzardo patologici per lo più tendono a gestire l’ansia e l’angoscia ricorrendo a meccanismi di difesa di distrazione, razionalizzazione. In altri termini, analogamente ad altre categorie di soggetti dipendenti, hanno seri problemi a gestire la propria affettività.

ffettività: è la base della vita psichica. Essa raggruppa tutti gli stati d’animo, tutte le reazioni le cui radici affondano nell’istinto e nell’inconscio. E’ grazie ad essa se ci leghiamo agli altri, al mondo e a noi stessi. L’affettività, infatti, dà a tutti i nostri atti e pensieri una particolare tonalità, la loro ragione di essere, il loro slancio. Costituisce il fondamento della nostra personalità, quanto abbiamo di più intimo. Tuttavia non è affatto un mondo chiuso, poiché è proprio per il suo tramite che ci leghiamo all’esterno. Forme di affettività: emozione, sentimento, passione e amore.

iò che contraddistingue il giocatore compulsivo da un normale giocatore sembra essere l’uso del pensiero razionale come mezzo di evitamento e, una volta instaurata tale abitudine, diventa il candidato numero uno a problemi di gioco d’azzardo. Avendo sperimentato l’ebbrezza del gioco, si trova di fronte a una situazione che può assorbire tutte le energie mentali: i rischi connessi alle attività di scommessa occupano la mente della persona e alla fine prendono il sopravvento. Complice di tale situazione è la scarica di adrenalina che accompagna l’eccitazione del rischio di perdita o di vincita. I giocatori compulsivi scommettono su qualsiasi cosa o, più correttamente, cercano di trasformare qualsiasi evento in un’opportunità di scommessa. Pian piano, un ciclo di pensiero ossessivo sul gioco afferra la mente della persona e vi si annida con forza sempre maggiore. La stanchezza e le perdite economiche spingono impulsivamente l’individuo a fare scommesse sempre più rischiose e con minori probabilità di successo. Emotivamente esausto per gli esiti negativi, il giocatore si ritrova con risorse sempre più scarse, insufficienti a gestire la vita di relazione, la famiglia e il lavoro. 

radualmente, man mano che i problemi finanziari si accumulano, assume un atteggiamento sempre più misterioso ed ambiguo, ipoteca beni e capitali per far fronte alle crescenti difficoltà derivanti dalla perdita di somme sempre più ingenti di denaro, sempre sperando nella grande vincita che lo libererà dall’onere finanziario. Se la vincita dovesse verificarsi, probabilmente perderà tutto di nuovo, rinnovando così il ciclo perverso. Tale meccanismo non è dissimile dall’immagine di un individuo che cerca di uscire da una fossa scavando con una pala: il risultato è che sprofonda sempre più. Nella maggior parte dei casi, il giocatore d’azzardo patologico che non affronta il problema della dipendenza alla fine perde ogni avere di sua proprietà - e sovente anche molti beni di proprietà altrui - contraendo debiti insolvibili per la vita e provocando un completo crollo finanziario. A questo punto subentra l’estraniamento emotivo, con ansia sempre più profonda che talvolta porta al suicidio, o il ricorso di sostanze che danno dipendenza come l’alcol. Nel giro di pochi anni la persona diventa un vero e proprio relitto umano dal punto di vista emotivo e spirituale.

Shopping compulsivo. La maggioranza delle persone appartenenti alla società moderna sono in qualche misura vittima delle illusioni plasmate attraverso le strategie di marketing, e la maggior parte prova conforto e piacere nell’accumulare beni materiali in tale modo. Per alcuni, tuttavia, l’esperienza dell’acquisto diventa compulsiva e porta alla dipendenza. In generale, come per numerose altre dipendenze, l’attività viene intrapresa allo scopo di soddisfare ben altri bisogni ed è spesso motivata da ragioni inconsce ed impulsi emotivi. Per le persone che acquistano obbedendo a un impulso irrefrenabile e immediato, andare in giro per negozi tende ad assumere connotati ossessivi e contribuisce a distrarre l’attenzione da difficoltà o problemi, concentrandola sulla sensazione di piacere procurata dall’entrare in un negozio. Il punto cruciale non è la reale necessità, o quanto meno il desiderio, di possedere gli articoli acquistati, bensì l’atto del comprare, poiché l’atto stesso è il perno centrale del disturbo. 

n tal modo si spiega perché alcuni soggetti dipendenti acquistano diverse paia di scarpe o abiti identici pur sapendo, dopo averci riflettuto, che non li indosseranno mai. La necessità di comprare è la forza trainante, a prescindere da ciò che viene acquistato. Un esame più approfondito del problema rivela le forze soggiacenti in atto. La persona potrebbe tentare di colmare un vuoto interiore oppure si sente più potente in virtù del fatto di lasciarsi andare a spese pazze. Inoltre, tutte le esperienze direttamente connesse a questo fenomeno possono dare al soggetto la sensazione di anonimato nella folla oppure avere attenzione e considerazione dai commessi. La dipendenza psicologica dagli acquisti presenta caratteristiche assolutamente soggettive, individuali, differenti da persona a persona. Analogamente ad altre forme di dipendenza, il programma di recupero a lungo termine deve basarsi sulla comprensione del significato della dipendenza per il singolo individuo e delle forze specifiche in atto in ciascuna situazione.

ideodipendenza. La dipendenza dallo schermo è un fenomeno vecchio quanto la sua invenzione. E’ caratterizzata da un bisogno compulsivo di evadere dalla realtà quotidiana per entrare nel mondo fittizio di soap opera., repliche di telegiornali e “zapping” tra i canali. Come molti oggetti utili e positivi, la televisione può trasformarsi in una fonte di privazione e spreco. I soggetti teledipendenti perdono la capacità di essere se stessi o, più precisamente, possono non avere mai maturato un senso di identità personale e una motivazione ad apprendere e crescere. Forse la vita è semplicemente troppo difficile ed è dunque più semplice trascorrere la propria esistenza nel mondo irreale prodotto dai magnati dei media. I soggetti teledipendenti sono individui che trascorrono un numero di ore sempre maggiore incollati allo schermo e si sentono strani e a disagio nel silenzio della stanza quando l’apparecchio è spento … esistono anche soggetti che usano solo la ”luminosità” e non il sonoro per avere più compagnia, l’importante che sia acceso. L’evoluzione di questa forma di dipendenza ha dato l’impulso alla pubblicazione di riviste dedicate alle trame delle serie televisive. Non dobbiamo dimenticare, comunque, che la televisione usata con “moderazione fornisce intrattenimento, svago e istruzione, e per molta gente è forse uno dei più grandi contributi al miglioramento della qualità della vita. Ciò nondimeno, per alcuni è potenzialmente pericolosa poiché ne diventano dipendenti, sfruttandola come mezzo per evitare qualsiasi approccio costruttivo e relazionale: al vivere con se stessi e il prossimo. L’avvento della tecnologia informatica ha innalzato tale dipendenza a nuovi livelli di espressione, dando vita alla dipendenza da internet.

iù specificamente, i giochi al computer per adolescenti e internet per adulti introducono una nuova forma di videodipendenza particolarmente fertile e forse più insidiosa. Gli adolescenti ancora in fase evolutiva, le cui funzioni cerebrali e intellettive sono ancora in via di sviluppo, sono particolarmente vulnerabili alla dipendenza da videogiochi. L’aumento di disturbi da deficit dell’attenzione presso i bambini in età scolare può essere direttamente correlata all’esposizione ai giochi. Aspetto ancora più insidioso, la mancanza di controllo sul livello di esposizione può ostacolare lo sviluppo della creatività e delle capacità sociali (attivando altri circuiti cerebrali di cui allo stato attuale non si è in grado di anticipare fenomeni “patologici”), lasciando il piccolo più vulnerabile ad altri tipi di dipendenza in futuro.

ipendenza dal lavoro. La dipendenza maggiormente giustificata ed approvata dalla società è probabilmente quella legata al lavoro. Si tratta di un disturbo molto comune che all’esterno appare piuttosto normale, ma che i suoi effetti sono altamente distruttivi per qualsiasi stile di vita sano ed equilibrato. I soggetti dipendenti dal lavoro sono persone la cui esistenza viene totalmente dominata dal pensiero del lavoro. Molti degli elementi comuni ad altre dipendenze sopra descritte svolgono un ruolo rivelante anche in questa e, pertanto, non è necessario soffermarvisi di nuovo. Tuttavia, un aspetto che pare specifico di questa forma di dipendenza è il bisogno di garantirsi il futuro attraverso l’accumulo di ricchezza o beni (non si vive più il presente ma il futuro: vedasi articoli relativi all’autostima)

n generale, quanti soffrono di dipendenza da lavoro nutrono il timore del tracollo finanziario e, attraverso il bisogno di accumulare, alcuni molto “avidi” si assumono grossi rischi economici e si ritrovano comunque in difficoltà finanziarie. L’insicurezza è dunque un elemento di spicco di questa forma di dipendenza. Le persone a rischio vivono una perdita, nel tempo presente, della sicurezza nelle relazioni man mano che cercano di garantire il futuro della propria famiglia. Molti soggetti dipendenti hanno un vissuto di preoccupazioni finanziarie talvolta nato in seguito a una forma di dipendenza che ha colpito i genitori, ad esempio l’alcolismo. Nel tentativo di non ricadere mai più in tale atmosfera, esperienza, finiscono col rovinare la propria salute e felicità a causa del superlavoro. Un altro fattore di forte rilevanza è l’orgoglio. Avendo ricevuto un affetto condizionato da piccoli, molti sono convinti che il valore della propria persona possa passare, essere misurato dal successo raggiunto in carriera e dall’entità dello stipendio. Nonostante la ricchezza accumulata, il soggetto dipendente non riesce a godere dei benefici: profondamente scontento di se stesso, il denaro non è in grado di comprare la serenità, l’amore o l’appagamento personale. Qualsiasi lavoro ben fatto e ogni progresso finanziario offrono solo un effimero senso di soddisfazione, che deve essere riguadagnato incessantemente e il più presto possibile per mantenere un certo grado di “sollievo”. Allontanandosi affettivamente dal coniuge e dai figli, il dipendente dal lavoro si sforza con ogni mezzo di ritrovare quel senso fuggevole di essere uomo, o un donna, degno e meritevole. 

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Dipendenza alimentare. L’esempio più calzante di comportamento compulsivo patologico è forse dato da quanti soffrono di disturbi del comportamento alimentare. In linea di massima, si riconoscono tre differenti tipi di disturbo: alimentazione incontrollata, bulimia nervosa e l’anoressia nervosa. Il primo è il disturbo meno complesso dei tre (per maggiori informazioni vedasi i vari articoli che trattano tale problema): il soggetto per lo più prova un irresistibile bisogno di cibo e mangia smodatamente, ben oltre le normali esigenze nutritive, andando così incontro ad obesità e a tutta una serie di disturbi fisici che di solito conducono a una morte precoce. Il cibo viene fondamentalmente utilizzato come sostanza psicoattiva, ovvero una droga, anziché come mezzo per soddisfare le esigenze alimentari e premiare il palato. 
questa la chiave per capire che si tratta di un problema di dipendenza. Inoltre, determinati tipi di alimenti si prestano particolarmente al consumo come droghe, soprattutto la zucchero semplice, la farina e la cioccolata. Lo zucchero fornisce una carica immediata di energia, seguita da crisi ipoglicemiche una volta esaurito l’effetto. La farina bianca è un alimento inerte che viene solitamente combinata allo zucchero e a tutta una serie di additivi  alimentari che esercitano reazioni chimiche, a volte, non appropriate (rende acido l’organismo)

a cioccolata contiene fenilanilina, una sostanza che agisce sull’umore, presente in piccole quantità nell’encefalo, nonché la teobromina che ha un effetto stimolante. Questi sono gli esempi più comuni di alimenti che scatenato la crisi. Infatti, quando vengono assunti, spingono l’individuo ad abbuffarsene. E’ probabile che l’associazione psicologica del gusto e della consistenza scateni forti effetti sulla chimica cerebrale, oltre ad esercitare un impatto diretto sulla chimica dell’organismo. La maggior parte dei problemi di iperalimentazione compulsiva ha radici essenzialmente emotive. Ora è noto che le prime esperienze esistenziali della persona influenzano il modo in cui il cervello si evolve, e si sa inoltre che le associazioni tra stati emotivi e determinate esperienze sono profondamente radicate nelle vie neuronali. E’ anche vero che una delle primissime associazioni che ha luogo durante l’infanzia è il nesso tra l’allattamento, la sensazione di benessere e la sicurezza. Per alcune persone tale associazione sembra permanere, per ragioni complesse, anche in età adulta, portandole così ad associare, spesso inconsciamente, l’esperienza del cibo alla felicità emotiva. Poiché il mangiare di fatto non sana il dolore né risolve problemi affettivi, l’individuo può entrare nel circolo vizioso di iperalimentazione in cui si registrano sollievo, ansia e angoscia, ulteriore necessità di mangiare, sollievo e così via ... ma a lungo andare si presenta un invadente senso di colpa. Tale ciclo è identico a quello osservato nei soggetti che hanno sviluppato una tossicodipendenza. La bulimia, invece, viene sovente considerata un tentativo da parte del soggetto che si alimenta in modo incontrollato di minimizzare le ripercussioni fisiche del disturbo impedendo l’assimilazione delle calorie. 

videnzia un ciclo costituito da abbuffate e successiva eliminazione del cibo assunto inducendo il vomito, abusando di lassativi e praticando esercizio fisico eccessivo. Questo ciclo causa gravi danni all’apparato digerente e al cuore, esaurisce il potassio presente nell’organismo, essenziale per le funzioni vitali, consuma lo smalto dentale e si ripercuote sulla salute di cute e capelli. L’anoressia nervosa esibisce un comportamento patologico estremamente pericoloso che comporta privazione di cibo in maniera compulsiva, ossessione nei confronti del peso e dell’immagine corporea … ha una percentuale letale altissima. Rarissimi altri disturbi riflettono il potere della mente quanto l’anoressia. A un certo punto, la ragazza adolescente inizia a focalizzare l’attenzione sull’immagine corporea e a controllare l’assunzione di cibo. Entro breve tempo, per un certo numero di giovani tale desiderio di controllare il cibo diventa compulsione e la vita si trasforma in un incubo. Man mano che perdono sempre più peso, la percezione di sé inizia a cambiare e qualsiasi capacità di giudizio corretta, o quantomeno realistica, circa il proprio corpo viene meno. Come per la maggior parte delle dipendenze, il clima sociale, nonché i valori e i tabù delle varie culture, influiscono sul tipo di dipendenza che prevale.


OSA FARE. Molti sono gli elementi chiave che consentono di porre una buona prognosi per la persona che lotta contro la sua dipendenza. Non va mai dimenticato, però, che in ogni disagio emotivo il successo terapeutico è sempre in funzione o, meglio, influenzato dal grado di “disponibilità” della persona coinvolta in tale disagio. Ogni forma di dipendenza, comunque, è sempre unica, soggettiva e l’esito positivo del recupero dipende in maggior parte dai seguenti elementi: motivazione al cambiamento, disintossicazione, lavoro sull’ambiente, supporto qualificato e programma terapeutico.
Motivazione al cambiamento. La cosa fondamentale è ammettere di avere un problema e di voler cambiare. La volontà di cambiare non implica motivazioni complesse come il desiderio di mutare vita al fine di essere una persona migliore o di riparare al danno provocato a se stessi o ad altri. Spesso questi sono solo incentivi a rimanere “sobri”, anziché lavorare sulla motivazione di fondo che porta inizialmente la persona a confrontarsi sulla dipendenza. Nella maggior parte dei casi, i soggetti in uno stato di dipendenza attivo provano forti sensi di colpa e di vergogna, ed è pertanto altamente improbabile che vengano spinti al “cambiamento” da tali sentimenti. Le ragioni per cui molte persone prendono in esame l’idea di una “svolta” sono di natura pratica. Di solito lo stimolo giunge perché la dipendenza minaccia la persona con una grave perdita: lavoro, partner, beni in generale, ritiro della patente o di essere reclusi, sono tutte motivazioni comuni che mettono l’individuo sulla strada di voler cambiare. 


uesto tipo di desiderio di voler cambiare è basato su fattori esterni. Motivazione che a volte è gia sufficiente a muovere il primo passo al cambiamento …raramente, però, è in grado di tenerlo lontano per un lasso di tempo significativo. La motivazione più importante è quella interiore cioè il desiderio di essere una persona “migliore”,  essere in grado di formare una famiglia, guadagnare rispettabilità, condurre una vita produttiva gratificante e così via. Questa motivazione è la più adeguata perché si consolida, si rafforza man mano che il processo di recupero procede. L’individuo “lucido” e sobrio inizia a costruire un diverso sistema di valori e agisce sulla base di una maggiore autostima e un atteggiamento più maturo verso l’esistenza … la ragione per cui il soggetto dà inizio al cambiamento non ha alcuna importanza, purché il processo venga messo in moto, avviato.
Disintossicazione. La disintossicazione è un elemento fondamentale nel processo di recupero a lungo termine: l’organismo espelle le sostanze tossiche assunte. La disintossicazioni, comunque, si riferisce a un lavoro globale sulla persona. La maggior parte delle persone “intossicate” sono gravemente ostacolate a livello biochimico dalle tossine in circolo nell’organismo. Queste possono essere conseguenza di una dieta errata, mancanza di sonno, alcol, sostanze psicoattive. Non va dimenticato che il benessere psicologico è strettamente correlato alla salute dell’organismo e viceversa. Quando il corpo, infatti, versa, in uno stato di cattiva salute è estremamente probabile che il benessere psicologico risulti più vulnerabile. 
indice prognostico, inoltre, più affidabile di ricaduta nella dipendenza è la presenza di uno stato emotivo negativo. Gli stati emotivi negativi possono avere innumerevole cause e, in determinate situazioni, sono purtroppo inevitabili. Tuttavia, quando emergono come conseguenza diretta di un accumulo tossico di sostanze chimiche nel corpo, tutte le buone intenzioni di astinenza non saranno in grado di risolvere il problema … non va dimenticato che un’alimentazione scorretta non solo porta acidità all’organismo ma fa perdere energia, concentrazione e lucidità.
Modifica dell’ambiente. Risulta difficile spezzare le “catene” rimanendo nell’ambiente in cui si sono attivate le dinamiche della dipendenza. Ogni ricaduta, infatti, può essere correlata a una causa scatenante e quasi sempre è coinvolto un fattore ambientale. In molti casi l’individuo non è consapevole delle forze in atto che possono condurre alla ricaduta.

l recupero a lungo termine richiede sempre la comprensione degli effetti ambientali. In altre, parole, l’individuo deve diventare consapevole dei tipi di esperienza, quali sapori, odori, suoni, interazioni, persone e situazioni, che lo riportano alla dipendenza. Non esistono regole ferree che si adattino a chiunque e vi sono dei limiti all’entità del cambiamento che una persona è in grado di operare. Detto questo, alcuni mutamenti all’ambiente sono quasi sempre parte necessaria del programma di recupero.

upporto qualificato. Le persone in grado di apportare cambiamenti radicali alla propria vita senza sostegno o l’influenza di altri sono un numero davvero ristretto. Anche l’individuo più risolutamente indipendente, magari convinto che le decisioni e le svolte esistenziali più importanti siano state operate senza fare ricorso ad altri (non ha consapevolezza di tutto ciò ma anche di avere un problema emotivo … sono sempre gli altri i difettosi), nella maggior parte dei casi è stato influenzato dall’esterno … dalle persone che lo circondano. Accettare il fatto che si possa gestire al meglio un problema di dipendenza se si può contare su influenze positive da parte di altri è un atto semplice, logico e vantaggioso. 


uelli che rifiutano il sostegno altrui hanno una prognosi meno positiva di coloro che hanno la possibilità di chiedere e ricevere aiuto e incoraggiamento. Il punto cruciale, in ogni caso, è individuare il tipo di supporto più adeguato. Coloro che presentano un grave problema emotivo o, magari, di dipendenza attiva possono offrire scarso supporto a chi cerca di uscire in generale dal tunnel della sofferenza. … saranno più inclini ad appoggiare e rendersi complici del rifiuto, minimizzando il problema o fornendo giustificazioni. La volontà della persona che fornisce sostegno e che è in possesso di adeguate informazioni circa quella determinata dipendenza sono sempre supporti fondamentali, indispensabili ed adeguati alla risoluzione dei problemi esistenziali del soggetto coinvolto in tale malessere.

Programma terapeutico. Uno dei tratti distintivi di numerose forme di dipendenza è il fatto che conducono a una esistenza sempre più caotica e ingestibile. L’aspetto emotivo viene totalmente sconvolto, come se l’individuo fosse salito sulla giostra dell’infelicità. Le finanze risultano speso dissestate, generando preoccupazioni e incertezza, la vita di relazione, poi, ne soffre e perde consistenza. Inquadrarsi in un piano significa programmare un calendario piuttosto "rigido" di eventi che includa un lavoro, le attività ricreative e le strategie di recupero. 


Bonipozzi dott. Claudio E mail: bonipozzi@libero.it
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NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre doveroso ed indispensabile rivolgersi per la diagnosi e la terapia specifica. Questo articolo pertanto ha valore educativo, non prescrittivo.