sabato 5 marzo 2016

Accettare se stessi …

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Accettare se stessi …


Molti individui desiderano accettare se stessi, ma non ci riescono … non possono. Perché?  Molto semplicemente a causa della loro storia sociale ed evolutiva. Perché esistono semplicemente “figure di riferimento” che accettano mentre altre rifiutano. Queste “figure” che solo solite accettare si “trattengono” dal respingere o rifiutare i propri figli per i loro errori e le loro colpe. Senza questa rifiuto i piccoli crescono spontaneamente come una pianta che si ricopre di vegetazione gradatamente e si protende alla ricerca del sole cocente. Quando i piccoli percepiscono che i loro familiari sono dalla loro parte, i loro rapporti con la gente sono naturali, liberi e spontanei, diventano meno timorosi e prudenti, più espansivi e più aperti.


n modo di agire che oltre a facilitare i rapporti, rende la gente maggiormente disponibile ad accettare i piccoli interlocutori. Un tale spirito di accettazione altro non può fare che favorire un’immagine di sé fondata sulla autoaccettazione. Le “figure” che rifiutano, invece, rendono i bambini colmi di diffidenza e pieni di paura, come se ogni cosa da loro fatta fosse sbagliata o non abbastanza buona. Quando “accolgono” i loro bambini, li accettano senza una parola … i piccoli però non dimenticano, sono coscienti di questo trattamento, viene scolpito nella mente questa accettazione forzata. Il rifiuto comincia in sordina con un erroneo trattamento delle funzioni vegetative del corpo, ad esempio col costringere a mangiare e con l’educare a una forzata, prematura pulizia. Usando questa particolare modalità educativa si comunica al piccolo sostanzialmente questo: “Non basarti mai sulle tue sensazioni”. Ma queste sensazioni il bambino le conosce meglio di ogni altra cosa al mondo, a quell’età. E se si continua ad insistere, a “pressarlo” in questo modo, a saperne di più circa le sue sensazioni, si sentirà come se non potesse contare sulle sue forze … avere fiducia in se stesso. La disapprovazione o la punizione, inoltre, sulle sue esigenze sessuali infantili hanno un effetto simile: lasciano “impotente” il bambino per molto tempo (in tutti i settori: sociale, relazionale, culturale)


aturalmente, ciò ostacola il fondamento della sua vita sessuale di adulto, rende difficoltosa la sua capacità di amare se stesso e gli altri. Se i genitori, poi, sono arrivisti e ambiziosi, probabilmente sono mal disposti verso i loro bambini perché occorre loro molto tempo per imparare a fare le cose in maniera “giusta”. Così i genitori involontariamente fanno sentire i loro figli in una condizione secondaria. L’ambizione dei genitori può trasferirsi sui figli. Ma nel momento in cui i bambini sono sufficientemente cresciuti per agire seguendo la propria ambizione, hanno già avuto una tale storia di fallimenti che, semplicemente per rimanere in vita, per adattarsi a questi fallimenti, si definiscono in termini di perfetti falliti. I bambini possono prendere anche l’altra strada e distaccarsi completamente dall’ambiente dei genitori. Allora diventano vittime di una marea di sentimenti di scoraggiamento, incertezza e di sconfitta …  senza speranze. Non soltanto nella loro professione, ma anche nella loro vita sociale, negli affetti, nel dare amore e riceverlo.

Risultati immagini per accettare se stessiIl rifiuto di sé. Coloro che rifiutano se stessi si definiscono nei termini della loro insufficienza e impotenza, di come si vedono e si comportano in maniera conseguente a questo "bel modo" di valutare … secondo quello che hanno imparato, in base a questa particolare definizione. Vanno alla ricerca di altre persone a cui “credono” di essere simpatici e, nello stesso tempo, sviluppano una forma di disagio emotivo: accettabile giustificazione del fallimento. Nei loro dialoghi insistono non solo che è pericoloso fidarsi delle persone ma che l’interlocutore prima o poi se ne approfitterà, ingannerà e si servirà dell’interlocutore. Tutte cose che servono a giustificare la loro diffidenza e la loro solitudine. Ciò che vogliono dire, sostanzialmente, è che le persone non sono buone. Ma nello stesso tempo questi soggetti, soffrono e non vogliono star soli. Il loro lamentarsi si traduce sostanzialmente in una forma di accettazione del loro fallimento nel tentare di porsi in relazione con l’ambiente circostante. Vi sono, comunque, molti elementi che contribuiscono allo sviluppo di un povero concetto di sé. In generale, cresciamo con principi etici, ideali, desideri al di là della nostra capacità di realizzarli. Tutto ciò costringe a dibattersi contro le frustrazioni e il senso di fallimento che attaccano l’immagine di se stessi. Ma fra i fattori responsabili dello sviluppo di un povero concetto di sé, il più grave è quello di rafforzare gli errori di interpretazione. Invece di passare oltre alle cose che vanno male, ci si sente scontenti di se stessi e si fa l’errore di generalizzare: “Queste cose capitano sempre e solo a me”



e questa formula viene ripetuta continuamente non solo ci si abitua a vivere meno bene, dal momento che si attente che le cose vadano sempre male, ma anche il cervello si abituerà ad attivare solo un certo tipo di tessuto nervoso. Naturalmente alcuni bambini, durante la crescita, vedono che realmente possiedono di meno. Hanno meno regali degli altri, sono meno alti, o hanno meno energia dei compagni. Sbagliando nell’interpretazione possono sviluppare un senso profondo di privazione e spesso mettono in relazione questa privazione col loro senso generale di colpa. Vedono tale fenomeno come una specie di punizione, come se ottenessero ciò che meritano e non di più. Così piano piano si consolida l’idea che sono meno buoni degli altri e facilmente cadono nell’abitudine di meritarsi poco dalla vita, di aspettarsi  sempre meno.



ICORDA, cerca di essere un po’ più egoista, prendi tutto ciò che puoi dalla tua vita, senza naturalmente essere lesivo verso altri … cerca di essere naturale, spontaneo e senza maschera, evita di vivere in funzione di qualcosa o di qualcuno perché primo o poi paghi ‘dazio’, PRENDI fin che puoi, divertiti, mangia cibi “buoni”, gustati  se lo desideri in compagnia o da solo, a cena o in un momento di relax, un buon bicchiere di vino o qualunque cosa che ti piaccia veramente … cerca di essere orgoglioso del tuo corpo, riconosci il suo valore gratificandolo con calorosi contatti, piacevoli sapori, gradevoli suoni, eccitanti visioni e intensi profumi … non smettere mai di “studiare”, INFORMATI continuamente. 


APPILO, noi impariamo anche dalle persone antipatiche ed odiose, prendi da loro quello che ti fa star bene e ricambiale con la tua naturalezza e spontaneità senza esprimere giudizi di valore verso te stesso o verso di loro … goditi le cose intorno, gustale lentamente attraverso i tuoi sensi … NON TEMERE, sono le sensazioni che ti mettono sulla strada giusta, ti permettono di scegliere, di sentirti bene e in solida salute: di vivere più a lungo … non lasciarti sfuggire niente, INVESTIsulla tua felicità personale, sulla salute, sul lavoro e, perché no, anche su una buona situazione finanziaria che meglio si confà col tuo stile di vita … partecipa attivamente al tuo benessere, NON lasciare la gestione della tua vita in mano alla ‘fortuna’ o alle ‘stelle’, NON avere paura, affronta anche le cose difficili, non temere le sfide complesse e sottili, perché nel tuo arsenale fisiologico hai parecchie armi potenti e complesse in grado di rispondere con saggezza al nemico, alla fine, altro non scoprirai che possiedi buoni contenuti mentali e, con stupore, una grande intelligenza e una fervida immaginazione (l’insicuro impiegherà un po’ di più di tempo a conoscere queste sue preziose e latenti qualità, ma con un costante allenamento raggiungerà il traguardo) … non lasciare MAI il compito di ‘aggiustare’ la tua esistenza  ad altri …la posta in gioco è davvero alta: la tua felicità! RICORDA, con un discreto divertimento, una giusta attenzione e una buona concentrazione non solo puoi raggiunge la massima efficienza, ma è anche possibile far pendere la bilancia verso di te, con le mosse giuste, CREDIMI, NON è difficile influenzare le avversità a tuo vantaggio.



NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre doveroso ed indispensabile rivolgersi per la diagnosi e la terapia specifica. Questo articolo pertanto ha valore educativo, non prescrittivo.

Bonipozzi dott. Claudio Tel. 349.1050551 
 E mail: bonipozzi@libero.it

Quando chiedere AIUTO …

Quando chiedere AIUTO


utti, nel corso della vita, volenti o nolenti, devono affrontare giornate storte, momenti difficili, delusioni, sconfitte umilianti e perdite a dir poco strazianti. Ma quando possiamo affermare che questa sofferenza rientra nella routine quotidiana oppure, superando una certa soglia del “normale”, diventa di interesse clinico? E’ possibile capire, quando si è esasperati da un disagio emotivo, se si ha bisogno di sostegno, di supporto oppure di un vero e proprio aiuto terapeutico?
 


uando non si ha una conoscenza profonda della sofferenza umana, mettere a fuoco la situazione emotiva può risultare davvero difficile; ma una semplice e valida regola, comunque, per valutare certi disturbi, più o meno semplici, potrebbe essere quella di considerare, con una certa coerenza e lucidità, l’intensità con cui un problema emotivo si presenta sulla scena, accompagna ogni momento della giornata e, soprattutto, da quanto tempo dura tale tormento. Al di là di tutto, se questo difficoltà condiziona seriamente la vita, causa una invalidante e continua sofferenza, interferisce con il lavoro, i rapporti o altri aspetti significativi della propria esistenza, forse è giunto il momento di chiedere aiuto. Anche alcuni disagi non particolarmente gravi o allarmanti, ma che si trascinano per  giorni, settimane e mesi dovrebbero essere tenuti nella giusta considerazione. Ciò che distingue, infatti, il vero disturbo emotivo dalle semplici difficoltà quotidiane è naturalmente la gravità o la persistenza nel tempo. Riconoscere e trattare i problemi emotivi al loro esordio, prima che possano diventare parte integrante della vita, del modo di pensare e di valutare, comporta sempre notevoli vantaggi.


ICORDA, più si è dominati da un disagio emotivo, più le zone cerebrali responsabili di questi sintomi diventano capaci di generarli. Diversi studi confermano che numerosi quadri clinici rispondono in maniera più veloce e completa se la terapia è intrapresa nelle fasi iniziali del decorso, prima che la sintomatologia sia diventata per il paziente e per il suo cervello, uno stile di vita, un modo di vivere e di reagire. Un trattamento tempestivo riduce anche il rischio di successive ricadute e migliora nel complesso la qualità di vita del malato con se stesso e gli altri. Decidere di aspettare può essere una “bella” tentazione, ma è sempre una “brutta” idea, non perché si devono riempire le tasche degli specialisti, ma semplicemente perché prima che un trattamento possa dare i primi risultati desiderati di solito bisogna aspettare un po’ di tempo: prima si inizia, prima ci si sentirà meglio. Quanto prima, comunque, si capisce di avere un problema e il bisogno di ricevere con la massima solerzia cure adeguate, tanto prima inizia il benessere o la guarigione … per disturbi particolarmente importanti (depressione, ipocondria, panico) una diagnosi precoce può essere risolutiva o migliorare velocemente l’esito del disagio in atto. 



mmettere un disagio non significa essere delinquenti, falliti o pazzi. Così come il corpo può ammalarsi per una cattiva alimentazione, anche la mente con lo stress e i problemi di tutti i giorni, può incontrare le sue difficoltà: può essere vulnerabile in ogni momento della vita. Il disagio emotivo non consiste nell’assenza di sofferenza o di conflitti, quanto nella capacità di pensare in modo logico, di affrontare i cambiamenti, lo stress, i traumi e sopportare le perdite, a cui ogni essere umano va inevitabilmente incontro nel corso della vita, in modo tale da garantire stabilità, equilibrio e crescita emotiva. Quando si è in buona saluta, la realtà viene percepita così com’è, si è più lucidi e con la voglia di fare accadere le cose, si accettano i propri limiti e le proprie capacità, si risponde adeguatamente alle sfide della vita, le responsabilità affettive e lavorative sono accompagnate da una profonda sensazione di appagamento … tutte cose che permettono di sopportare con un certo grado di soddisfazione anche le fatiche del vivere.


er comprendere le difficoltà e mettersi sulla strada giusta bisogna porsi alcuni interrogativi:


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  • I disagi emotivi pian piano cominciano ad interferire con il lavoro o con i rapporti interpersonali?
  • Si è meno felici, il senso di sicurezza sparisce, si perde la capacità di controllo rispetto al passato?
  • Familiari, colleghi e amici fidati segnalano un cambiamento repentino nel comportamento o nei tratti della personalità?
  • Tutti gli sforzi per uscire dalla sofferenza si sono rivelati inutili?
  • Ogni cosa da fare, che fino a poco tempo prima sembrava banale, diventa un enorme peso o sacrificio?
  • Ci si concentra sulla propria inadeguatezza perdendo di vista stimoli esterni significativi?
  • La confusione prende il sopravvento, la lucidità svanisce, si è incapaci di modificare lo stato di sofferenza?

Non va dimenticato, inoltre, che l’autodiagnosi nei disagi emotivi - utile sicuramente all’inizio per mettere a fuoco una certa sofferenza - può essere fuorviante o addirittura ostacolare un intervento terapeutico tempestivo … non solo la valutazione è limitata da possibili preconcetti ma anche influenzata da atteggiamenti interpretativi sbagliati dovuti, appunto, al malessere in corso. I soggetti con problemi emotivi si sentono spesso terribilmente soli, come se nessun altro vivesse o capisse la loro situazione. Sebbene i  sentimenti non siano in sé né buoni né cattivi, possono avere notevoli effetti fisici e psicologici. 


opraffatti dall’emozione possono piangere disperatamente, non essere più in grado di gestire la loro vita. A volte creano una distanza tra se stessi e i loro sentimenti, se non altro perché la loro intensità è vissuta in maniera spaventosa. Non sempre sono in grado di spiegare perché provano determinate sensazioni, preferiscono evitare di confessare anche a se stessi di avere sentimenti negativi, come la collera, l’odio o la paura. La terapia può rivelarsi uno strumento di cambiamento o una fonte di sostegno nel momento di maggiore necessità. Quando si ha la sensazione  che il proprio benessere emotivo sia in pericolo conviene sempre fissare un appuntamento per un consulto. Per lo meno l’equivalente psicologico di un buon check – up  può, in un certo qual modo, assicurare che tale disagio è molto meno grave di quello che si era ipotizzato. La decisione di chiedere un supporto non rappresenta la fine improvvisa di un problema, quanto l’inizio del cammino verso la soluzione. Molte sono le variabili che entrano in gioco in questa esperienza terapeutica per cui nessuno può garantire che i vari tipi di intervento funzionino con precisione matematica e con la velocità desiderata. Le possibilità di successo, infatti, dipendono dal quadro clinico, dalla natura del problema, dalle terapie scelte, dalle capacità dello specialista e, soprattutto, dall’impegno dell’individuo che chiede l’aiuto. Se una persona inizia la terapia con la convinzione che nessuno possa realmente aiutarla a guarire la guarigione è tutt’altro che certa.  Da lì a poco tempo tirerà i “remi in barca” dichiarando sicuramente: “Lo vedete anche voi, ci ho provato, ma non ha funzionato”.

Risultati immagini per chiede aiuto nei dipintiFar finta di niente o ignorare che le cose non funzionano per il verso giusto, continuando a soffrire, può minare completamente la capacità di lavorare, di intraprendere rapporti con gli altri e di svolgere le normali attività quotidiane. In molti quadri clinici, i farmaci possono alleviare i sintomi dolorosi, ma non potranno mai sostituire l’introspezione. Mentre si è alle prese con un disturbo, le persone devono AFFRONTARE situazioni, stili di vita e modi di pensare  NON  del tutto vantaggiosi per la serenità e il loro benessere; AMMETTERE, poi, di avere in parte “contribuito” (inconsapevolmente) al problema e cambiare abitudini che durano una vita per poter spezzare una catena fatta di sensi di colpa, dolore, vergogna e fallimenti può essere davvero molto difficile e impegnativo. 


el corso di questa esperienza, persino chi ha subito traumi terribili o a sofferto per anni in silenzio scopre spesso dentro di sé risorse incredibili, potenzialità e capacità che non avrebbe mai sospettato di possedere. Lungo il cammino che le porterà al “benessere” queste persone possono imparare a vivere e a comportarsi in modo più gratificante, ritrovare l’autostima e la sicurezza, riacquistare il controllo di se stesse e scoprire che hanno delle ottime alternative e enormi capacità nel prendere finalmente in mano il timone della loro vita e, soprattutto, decidere, fare scelte giuste. La terapia offre NUOVE opportunità e rende gli individui sufficientemente forti da trarne vantaggio … la voglia di vivere appartiene a tutti è nel nostro DNA  per cui,  fidati:  non devi mai più stare in silenzio.


NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre doveroso ed indispensabile rivolgersi per la diagnosi e la terapia specifica. Questo articolo pertanto ha valore educativo, non prescrittivo.

Bonipozzi dott. Claudio Tel. 349.1050551 
 E mail: bonipozzi@libero.it

mercoledì 2 marzo 2016

Cleptomania ...


Cleptomania



a cleptomania consiste nella ripetuta incapacità di resistere all’impulso di impossessarsi di un oggetto che, spesso, non se ne ha bisogno o non ha alcun valore. In generale, se esaminiamo la motivazione più ovvia che spinge a rubare è un guadagno economico di cospicua entità. In altri casi si ruba per motivi personali e meno pratici, come per vendetta, per vincere una sfida o come rito di “iniziazione” per essere ammessi o inseriti in un certo gruppo. Molti ladruncoli di negozio non sono cleptomani, cercano la merce e non la semplice emozione di rubarla. Gli individui affetti da questa “dipendenza”, invece, sono indotti, quasi “costretti”;  possono permettersi di acquistare l’oggetto rubato … lo fanno per il brivido che deriva dall’atto del rubare in sé, per il senso della liberazione della tensione  che ne segue. Si tratta di soddisfare un impulso al quale è impossibile resistere, di provare quel “tremito” indotto dall’atto in sé e di allentare la tensione, tanto più intensa quanto più si cerca di resisterle.


ompiuto il gesto e sedata la tensione, probabilmente il cleptomane butterà via l’oggetto o lo restituirà al proprietario. Spesso, queste persone, infatti, nascondono o regalano ciò che hanno sottratto. Il taccheggio sembra essere più comune tra le donne. Studi recenti hanno evidenziato che le donne affette da depressione, da disturbi d’ansia o da disturbi dell’alimentazione hanno maggiori probabilità di soffrire di cleptomania.
Le cause. I bambini molto piccoli non hanno il senso della proprietà e spesso si impossessano di cose che li attraggono. Crescendo, i fanciulli riconoscono il proprio diritto, e più tardi quello altrui, alla proprietà personale. I ragazzi che rubano deliberatamente possono sentirsi privati dell’affetto di un genitore oppure credono che un familiare abbia ricevuto ingiustamente più “cose” o più regali. Prendendo ciò che vogliono, compensano una mancanza di attenzione oppure un ipotetico favoritismo senza doversi rivolgere direttamente ai genitori. A differenza di un piccolo che ruba un dolce per gustarselo di nascosto o di un taccheggiatore che impegna i gioielli rubati, i cleptomani rubano per il gusto di rubare. 

li adulti affetti da cleptomania non rubano un oggetto perché lo desiderano, ma piuttosto perché l’atto stesso di rubare, come sopra evidenziato, procura loro una sensazione di sollievo o conforto emotivo. Spesso i cleptomani soffrono di altri disturbi emotivi, come depressione, ansia, anoressia, bulimia o piromania. Su alcune persone l’atto del rubare ha lo stesso effetto - attraverso la produzione di serotonina -  di un antidepressivo che compensa una perdita reale o prevista. A volte tali gesti si intensificano nei momenti di forte stress. In qualche caso è il sintomo di un disturbo cerebrale: demenza.
Risultati immagini per chiedere aiutoLe conseguenze. Le persone affette da cleptomania hanno spesso gravi difficoltà nei rapporti impersonali, sia nel dare sia nel ricevere, e l’atto di rubare può rappresentare un modo per evitare di affrontare spinosi problemi o sentimenti dolorosi. Tale “dipendenza”, come molti altri disturbi dell’impulsività, si manifesta quasi sempre in occasione di crisi, perdite o delusioni. Le persone che presentano questo problema possono impossessarsi impulsivamente di qualcosa che non appartiene loro per provare una fugace sensazione di piacere o di sollievo dallo stress.
 

ebbene non considerino consapevolmente le conseguenze del furto, sotto sotto desiderano essere sorpresi sul fatto e spesso cercano di attirare l’attenzione su di sé (non è sufficiente o pensano di non avere). Allo stesso tempo possono sentirsi depresse, ansiose o in colpa per la possibilità di essere colte sul fatto e per le ripercussioni che un arresto avrebbe sulla loro reputazione e sulla loro famiglia. I familiari dei soggetti adulti affetti da cleptomania possono non accorgersene del problema del loro caro finché costui non viene trovato a rubare. Tale scoperta può causare profondo imbarazzo e collera. Non riuscendo a capire il motivo per cui delle persone rubano cose voluttuarie, che possono permettersi, che non desiderano o di cui non hanno bisogno, i parenti di questi individui possono reagire con un atteggiamento perplesso e critico.  Spesso un  aiuto psicoterapico può aiutare a comprendere le origini del problema, ad affrontare direttamente le cause dello stress e dei conflitti all’interno di certe relazioni e a imparare modi più efficaci per comunicare tra loro.

uando chiedere aiuto. Poche persone chiedono aiuto per un problema di cleptomania prima di essere scoperte. Tuttavia, se avete difficoltà a resistere all’impulso di rubare, dovreste rispondere ai seguenti interrogativi:
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  • Rubate ripetutamente anche se non avete bisogno di quegli oggetti?
  • Provate un senso di crescente tensione prima, durante o dopo il furto di un oggetto?
  • Rubate per la conseguente sensazione di piacere o di sollievo e non per rabbia o per vendetta?

e avete risposto affermativamente a questi quesiti, è meglio rivolgersi ad uno specialista. Senza una terapia, i guai con la legge sono praticamente inevitabili. Prima di formulare una diagnosi di cleptomania, bisogna assicurarsi che l’atto di rubare non sia un disturbo di un quadro clinico molto più grave.


rischi. Le più importanti complicazioni sono rappresentate dalle conseguenze legali, sociali e personali dell’arresto. I familiari oltre ad essere adirati e sentirsi traditi minacciano l’abbandono, mentre gli amici con la massima solerzia possono allontanarsi. I datori di lavoro o i potenziali datori di lavoro possono valutare il soggetto come un candidato non idoneo per quelle determinate mansioni.
Risultati immagini per chiedere aiutoIl trattamento. Circa questo fenomeno, proprio perché non è un disturbo comune, non sono stati compiuti molti studi per trattarlo efficacemente. L’obiettivo principale, comunque, è quello di controllare questa impulsività prima che il soggetto incorra in guai seri, ovvero cercare di eliminare completamente il furto. Smettere di rubare e tanto difficile quanto smettere di bere. I tipi di trattamenti includono varie terapie: farmacologica (spesso con risultati incostanti), comportamentale  e psicoterapica. 


oiché il successo di ogni psicoterapia dipende sempre dalla motivazione del paziente, i soggetti che hanno maggiori probabilità di trarre beneficio da questo metodo sono quelli che provano sensi di colpa e vergogna e desiderano cambiare le cose. La terapia comportamentale, che include la desensibilizzazione sistematica (controllare l’ansia crescente e la tensione che precede l’impulso di rubare) e il condizionamento avversativo può dare risultati positivi anche con soggetti non particolarmente motivati.

… anche se non bisogna MAI giustificare gesti di questo tipo, non scagliamo la prima pietra, sono pochi coloro che non hanno mai rubato un oggetto nella loro vita, né hanno desiderato farlo: AIUTIAMOLI, questo è un disagio emotivo!!!


NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre doveroso ed indispensabile rivolgersi per la diagnosi e la terapia specifica. Questo articolo pertanto ha valore educativo, non prescrittivo.

Bonipozzi dott. Claudio Tel. 349.1050551 
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martedì 1 marzo 2016

-SFIDUCIA

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Non mi FIDO  di nessuno!

Aristotile era solito affermare che i giovani non possono essere sospettosi perché di male non ne hanno ancora visto molto; sono fiduciosi perché non hanno ancora avuto il tempo di essere ingannati. Ma è proprio vero? Non sempre è così. Il sospetto, infatti, anche nelle sue forme più sfumate, è presente sia nei grandi sia nei piccini. Un certo grado di diffidenza, comunque, è indispensabile per evitare profonde frustrazioni e scongiurare delusioni più brucianti; può diventare un prezioso salvavita contro truffe, colpi bassi, porte in faccia, raggiri, inganni, tranelli e soluzioni miracolose. In realtà, un ragionevole sospetto verso gli altri è una norma di prudenza, soprattutto quando si è di fronte ad un ambiente potenzialmente pericoloso e realisticamente ostile. Se non supera un certo valore, quindi, può avere un ruolo fondamentale a livello evolutivo e nell’organizzazione dell’esperienza di ogni individuo, facilitando la percezione e la consapevolezza di potenziali pericoli. E’ l’eccesso di diffidenza, quella inutile e paradossale, che può rovinare la vita di queste persone. 


iventa una modalità patologica, quando tale fenomeno spinge il soggetto a interpretare le motivazioni degli altri, anche le più neutre, sempre come malevole e minacciose; un relazionarsi rigido, una mancanza di fiducia nel prossimo, un atteggiamento perennemente guardingo e reticente. Un personaggio sempre sul chi va là, spesso litigioso, freddo e distaccato, attento a ricercare significati oscuri e minacciosi. Tutto ciò implica un’eccessiva ipervigilanza, grande circospezione e continuo controllo. E’ un soggetto che spende tutte le sue energie per “sventare” i tentativi di coloro che, a suo dire, hanno intenzione di umiliarlo e svergognarlo. Non sono soltanto oppressi dai sensi di colpa, preoccupati, cauti, diffidenti, invidiosi, guardinghi, sospettosi, vendicativi, spesso inaciditi, ma essi - nelle forme più gravi - vedono il crimine in ogni angolo o il complotto dietro ogni sguardo. Chiunque può essere vissuto come una potenziale minaccia o un nemico crudele: nemici sempre pronti a minare la felicità e mettere in pericolo i loro valori. 

Q
ueste persone non sembrano avere seri problemi lavorativi e sociali, ma  spesso non è affatto così: nel lavoro esse hanno di solito difficoltà con figure che incarnano l’autorità, e data la loro scarsa fiducia verso il prossimo, è possibile che vivano la loro vita sociale in perfetto isolamento.
Spesso, nell’ambito lavorativo, per tenere sotto controllo tale atteggiamento e gestire l’autorità temuta, hanno scelto di indossare l’uniforme che, anch’essa, rappresenta il comando e l’autocontrollo. E’ un’esperienza a dir poco terrificante, anche se non è altro che una colossale montatura fantasiosa. La loro sofferenza non trova facilmente una soluzione in quanto, avendo questa enorme difficoltà ad accordare fiducia a qualsiasi professionista e, quindi,  a tutte le metodiche terapeutiche possibili, difficilmente chiedono - se non dietro la spinta di pressioni esterne - aiuti o iniziano spontaneamente una terapia. Quelli che, in un attimo di profondo sconforto, ricorrono autonomamente ad un trattamento sono, spesso, talmente sospettosi che abbandonano anzi tempo la cura (temono di essere avvelenati, sfruttati, danneggiati, ingannati… avere a che fare con incapaci o ciarlatani)


osa molto più seria è che molti di questi soggetti solitamente non cercano nessun trattamento perché non scorgono in se stessi alcuna alterazione. Tali tratti caratteriali, infatti, nel tempo, diventano stabili e talmente “normali” che il soggetto stesso non è più in grado di rendersi conto della problematica invalidante. Questo tipo di pensiero “persecutorio” affonda le sue radici in un passato caratterizzato da un rapporto difficile con l’adulto e pieno di mortificazioni emotive: piccoli continuamente esposti a ripetute esperienze di sopraffazione e umiliazione. Nella storia, quindi, di queste persone si ritrovano critiche assurde, spesso punizioni pretestuose, adulti difficili da soddisfare e pesanti mortificazioni. Un contesto sociale difficile in cui dominava rigidità,  sarcasmo,  critica e  scherno.

oiché questo tipo di rapporto, spesso lo si riscontra, con sfumature assai diverse, in ogni nucleo familiare è possibile che ogni individuo, a sua insaputa, sia portatore - se non intervengono, durante le fasi evolutive, meccanismi compensatori - di questa singolare organizzazione mentale. La diffidenza, comunque, profonda o sfumata che sia, fa male alla salute. Chi è calato in questa dimensione mentale, quindi, può essere affetto da una serie di malesseri psicosomatici. Anzitutto questi soggetti, proprio perché si trovano costantemente sulla difensiva,  sono rigidi a livello fisico (ossa, muscoli) e mentale (pensiero, stile di vita). Essendo poi ansiosi, oltre a non essere in grado di vivere serenamente incontri ed esperienze affettive, dormono male, soffrono di tachicardia e problemi cardiocircolatori. I problemi sessuali, poi, sono all’ordine del giorno.

Risultati immagini per fiducia nei dipintiCOSA FARE. Come sopra evidenziato, è difficile che questi soggetti cerchino spontaneamente aiuto perché non vedono in se stessi alcuna alterazione. Chi invece ricorre ad un trattamento, in genere per ansia o tratti depressivi connessi, sono così sospettosi che abbandonano il trattamento subito dopo un piccolo miglioramento. Poiché i problemi sono radicati da lungo tempo richiedono sempre interventi intensivi e di lunga durata. La chiave del successo è lo sviluppo di una relazione leale, onesta e di sostegno tra soggetto e professionista, proprio quello che questi individui stentano a garantire. 



na volta, però, superata questa difficoltà, essi cominciano a fronteggiare i sentimenti di insicurezza, di vulnerabilità, di debolezza, di inadeguatezza, di inferiorità e di disistima con grande determinazione. La psicoterapia di supporto è considerata ancora oggi il metodo più idoneo per uscire da questo atteggiamento e cambiare le percezioni che sono all’origine di tale problema. Sviluppare, quindi, un po’ di autostima, guardare la vita con più obiettività. e aprirsi leggermente alla socievolezza … tutto ciò, con le mosse terapeutiche adeguate e l’impegno giusto, può essere risolutivo e “costare” davvero poco.


NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre doveroso ed indispensabile rivolgersi per la diagnosi e la terapia specifica. Questo articolo pertanto ha valore educativo, non prescrittivo.
 
Bonipozzi dott. Claudio Tel. 349.1050551
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