sabato 19 novembre 2016

Come mai diventiamo così “complicati” … brevi frammenti di psicopatologia



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Come mai diventiamo così “complicati”
brevi frammenti di psicopatologia


l quadro clinico di ogni essere vivente inizia con una perdita e una separazione fisica … non autosufficiente e in grado di avvertire una distinzione tra sé e ciò che non è sé. L’ambiente uterino che per nove mesi circa ha fornito ‘sicurezza’ e ‘tranquillità’ al piccolo, viene improvvisamente a mancare “gettandolo” direttamente nel mondo esterno, molto spesso ostile e contraddittorio per le sue naturali esigenze. Un fenomeno che influenza, inequivocabilmente, nel bene o nel male, il destino mente - corpo del nascituro. Si comincia con un lieve e inconsapevole dolore: un clima che predispone lentamente alla sofferenza e all’infelicità. E’ bene precisare, comunque, che il precedente ambiente, apparentemente ‘sereno’, potrebbe già essere ‘inquinato’ da forze genetiche, dalle condizioni biologiche e dallo stato emotivo della gestante. Da qui inizia la giostra o, per alcuni, un vero e proprio calvario: ogni esperienza vissuta con l’altro, sia carente sia eccessiva, sperimentata nelle varie fasi evolutive (orale, anale o sadico - anale, fase fallica e, nella pubertà, la fase genitale) lascia un segno profondo, a volte, purtroppo, indelebile … determina il destino futuro dell’infante sia fisico sia emotivo. Se questo rapporto relazionale iniziale è insufficiente, privo di intimità e confidenza, ma pieno di obblighi, aspettative, imposizioni e coercizioni (non riconosce, ascolta e rispetta le esigenze del piccolo) il dolore - non solo fisico ma anche emotivo - si amplificherà fino a raggiungere soglie destabilizzanti: metterà in moto un processo di inadeguatezza, rassegnazione, insicurezza, fragilità e disistima … una sensazione diffusa di inferiorità, di valere poco e di non meritare molto dalla vita (fenomeno diffuso e ben descritto nel quadro clinico depressivo), così rassegnazione e fallimento lo accompagneranno ‘ovunque’, forse, per ‘sempre’.

on queste difficoltà iniziali, il percorso esistenziale è in salita, vengono a mancare completamente sentimenti di fiducia e intraprendenza: sarà un’esistenza fatta di repressione e rinunce  un fallimento, infatti, sarebbe ancora più drammatico, sconvolgente e doloroso del non aver messo in cantiere o tentato di realizzare qualche progetto. Ogni iniziativa, infatti, anche importante, verrà rimandata, differita a data da destinarsi, cioè mai ... così la vita scivola lentamente via e le occasioni inesorabilmente sfuggono di mano. Il suo antico vuoto interiore, l’amore vero mai conosciuto, la sua ferita affettiva lo spingono al vittimismo, alla rassegnazione e alla frenetica ricerca di affetto: un’avidità che non potrà mai compensare quell’attenzione che non c’è mai stata … quell’amore confuso ’pagato’ con la totale rinuncia di se stesso. E così utilizza tutte le strategie possibili per colmare il suo insaziabile bisogno di affetto. Così, per avere una misera briciola di affetto, diventa molto bravo, tanto buono, eccessivamente disponibile, ubbidiente, modesto, sottomesso e servile, troppo dipendente per vivere in maniera libera e autonoma: il rischio di essere sfruttato in ogni ambiente frequentato è altissimo  (familiare, lavorativo, sociale)  un grande equivoco e profonda confusione nel dare e nel ricevere dominano completamente la scena dei rapporti. Nell’età adulta, poi, una semplice e insignificante avvisaglia di allontanamento o di separazione del partner riattiva quelle profonde ferite abbandoniche, quell’antica disperazione vissuta nell’infanzia …così, i sentimenti di gelosia e paura di non essere amato,, ancora una volta, dominano quel maldestro e drammatico rapporto anaclitico.

olo un’interpretazione corretta degli stimoli da parte della madre, ovvero un buon rapporto iniziale con la figura di riferimento, potrà scongiurare il disastro emotivo; solo attraverso un rapporto empatico ed equilibrato il piccolo potrà sentirsi protetto, accettato, rassicurato e stimolato a percorrere i primi passi della sua esistenza: percepisce di essere veramente amato per quello che è realmente, sente di meritare fiducia e, nel contempo, crea una solida e robusta fiducia in se stesso e nei confronti degli altri.

Risultati immagini per ricchezza nei dipintiMa anche il troppo, non dimentichiamolo, proprio come recita il famoso detto popolare, storpia. Una figura iperprotettiva, infatti, che dipinge continuamente il mondo cattivo e pericoloso, in modo tale che il piccolo non si allontani mai da lei, dal nucleo familiare; sostituendosi completamente a lui, altro non fa che predisporlo ad un grave quadro clinico depressivo ... non gli lascia spazio, tantomeno la possibilità di esprimere i suoi veri sentimenti perché metterebbero in pericolo il suo fragile equilibrio emotivo (pianto e tristezza sono sentimenti proibiti). Una figura di riferimento ‘manipolativa’, apparentemente “buona”, con evidenti carenze affettive, che limita e spegne nell’altro passione e slancio, che oltre a precludergli ogni tentativo naturale di crescita, di autoaffermazione, cerca in qualche modo di tutelarsi contro il timore di perdere il suo affetto (mette in moto meccanismi fallimentari in modo tale che non si possa allontanare dal nucleo familiare; prepara compiti  apparentemente facili, ma non adeguati alla sua età: il fallimento è sicuro e, quindi, il malcapitato confondendo la solitudine con l’isolamento, non abbandonerà mai il nido di ‘vespe’) ... sembra che dia tanto, compreso amore, ma in realtà chiede continuamente affetto e non perde tempo per ricattare (Vedrai quando non ci sarò più … vedrai, mi verrai a cercare, ma io non ci sarò più”).

ono individui imprigionati, dipendenti, dominati dai bisogni degli altri, costretti a rinunciare ai propri desideri e individualità, che non possono mai esprimersi e, quindi, altro non possono fare che covare aggressività, odio e rabbia verso i suoi ‘carcerieri’. Tutti questi sentimenti, comunque, non espressi trovano altri canali insoliti per concretizzarsi, gli atti mancati: lapsus, dimenticanze, paraprassie. Una profonda e distruttiva frustrazione accompagna il soggetto, ma deve essere silenziosa, non visibile e, soprattutto, non espressa, perché la sua manifestazione violenta potrebbe far perdere l’altro, allontanare da se stessi il ‘sostegno’, perché - come già detto -  non sanno vivere da soli senza supporto esterno. Tutto ciò ‘condito’ da una figura paterna assente, distaccata, a volte violenta, che squalifica e ridicolizza, frantuma tutti i sogni infantile e adolescenziali: in questa atmosfera il piccolo non potrà mai sentirsi libero, degno d’amore, riuscire a concretizzare i suoi desideri ma, soprattutto, non sarà in grado di amare, esprimere un gesto spontaneo d’amore, se non umiliandosi o scendendo a qualsiasi compromesso. 

ale fenomeno relazionale, contrariamente a quello che si pensa, non è solo emotivo ma anche fisico: il soggetto si presenta con un corpo devitalizzato, rigido, rotondeggiante (chi non ha marcati tratti psicotici), movimenti lenti e ridotti al minimo, viso inespressivo, voce piatta quasi impercettibile e una postura afflosciata, come se fosse avvitato, ripiegato su se stesso. Anche le eventuali patologie potrebbero segnalare in questi soggetti il loro reale vissuto infantile, la profonda sofferenza e tragedia emotiva: asma (paura dell’abbandono, ma nel contempo un rapporto che avvelena e soffoca … senso di colpa), ulcera (rabbia, impotenza a gestire e modificare certe situazioni) e ipertensione  (paura e collera, rievocare vecchie ferite affettive).


oiché il maggior problema di questi soggetti è relazionale anche il rapporto terapeutico - nel quale si riversano tutte le antiche ferite relative alla dipendenza, alla non considerazione e alla mancanza d’amore - incontrerà notevoli difficoltà. La domanda principale e ricorrente, infatti, che porranno è questa: ma se non sono mai stato rispettato e amato veramente, perché proprio adesso, con uno sconosciuto potrò riscattarmi, lasciarmi andare,  fidarmi? La risposta e la buona riuscita di ogni terapia sia psicologica sia farmacologica, si troverà proprio nella relazione: la “pazienza” e l’accettazione incondizionata del terapeuta farà sentire l’altro compreso e protetto, attivando, poi, le potenzialità più sane,  il soggetto potrà esprimere l’aggressività e autoaffermarsi senza cadere in quei perversi ricatti infantili, dando così, finalmentealla sua esistenza un’impronta più naturale, spontanea e genuina.Abbiamo visto che certe esperienze infantili sono indispensabili non solo per la felicità futura dell’individuo ma, soprattutto, per creare il terreno fertile e stabile all’intero psicosoma: mente-corpo. Sono davvero tanti gli eventi incontro scontro, non sempre consapevoli, che facilitano o possono ostacolare la relazione con l’altro. Abbiamo visto, inoltre, che non solo le privazioni ma anche le troppe gratificazioni, in genere concesse da madri che a loro volta hanno sofferto, possono creare un profondo malessere … disagi emotivi davvero seri (il copione si ripete, oggi a me domani a te). Le piccole e ripetute frustrazioni (bisogni che non vengono immediatamente appagati, piccoli ritardi nell’allattamento, nella pulizia) sono utili a promuovere il normale svolgimento del processo evolutivo. 


ono le frustrazioni assolute (figura di riferimento assente, mancanza di accadimento … insensibile e imprevedibile) a procurare i danni più gravi. La presenza significativa della figura di riferimento è fondamentale per costruire un buon equilibrio emotivo e sviluppare il senso di fiducia in se stessi e negli altri. Ma non bisogna neanche credere che il bambino debba ricevere gratificazioni oltre i limiti naturali. Un eccesso di gratificazioni può creare, infatti, dei danni notevoli. Anche un controllo eccessivo continuativo da parte della figura di riferimento sul piccolo produce una vera prigione esistenziale: una vita a senso unico, fatta solo di regole e schemi rigidi. Un percorso evolutivo dove si teme il senso di transitorietà, che le cose possano finire e, allora, tutto diventa prevedibile e stabile: una vita spenta, che non presenta più sorprese e novità, manca di spontaneità, piena di rituali, perfezionismo, riserbo, controlli e doveri (i cambiamenti improvvisi creano insicurezza e angoscia, destabilizzano: bisogna assolutamente evitarli … tutto deve rimanere così, le cose che finiscono fanno paura, ecco il bisogno continuo  di collezionare, vigilare e controllare: perdere tempo nelle lungaggini, perfezionismo e nel dubbio). Ogni pressione educativa non solo soffoca e limita lo spazio di libero movimento ma crea un conflitto tra il bimbo ed il mondo circostante (Io – Tu): un violento dibattito tra sé e le figure di riferimento, fra le ‘impotenti’ spinte personali e le limitazioni genitoriali introiettate. 

a chi ha la meglio su tutto ciò?  Il fanciullo pur dibattendosi con tutte le sue forze, essendo fragile, immaturo e inesperto della vita, non ha scelta, deve soccombere, rinunciare ad esprimersi e a realizzare la sua vera individualità … rimane completamente immobile e paralizzato. Il clima persecutorio, l’educazione rigida e quelle norme severe genitoriali a senso unico, le fa sue: diventa al tempo stesso carceriere e carcerato, vittima e carnefice. Le punizioni eccessivamente severe, l’eccessiva educazione al controllo e al rigore, tutti questi obblighi e limitazioni non fanno altro che gettare le basi per una struttura emotiva specifica, ovvero forgiare la personalità ossessiva.  Anche questi soggetti, da adulti, soffriranno di una grande varietà di disturbi fisici. Un disturbo ossessivo frequente è l’insonnia serale, il mal di stomaco con spasmi del piloro, iperacidità e a volte ulcera gastrica. L’osservazione di molti casi di spasmi addominali induce spesso a concludere che se uno deve inghiottire del risentimento, certamente né farà un’indigestione … un’affermazione come questa, per alcuni è davvero strana e bizzarra. Ma se quando vi capita una collera improvvisa, fate attenzione, noterete tutti i cambiamenti e movimenti di tensione che si producono nel corpo, osserverete un vasto gruppo di fenomeni: la respirazione si interrompe; c’è un cambiamento del tono dei muscoli facciali, una tensione che può essere riferita al diaframma e una contrazione dei muscoli della parete addominale (vedasi articoli sullo stress). 

uesti fenomeni hanno una rappresentazione abbastanza chiara nella coscienza. Non vengono rappresentati invece con altrettanta chiarezza altri fenomeni: alterazione della distribuzione sanguigna, cambiamenti quantitativi della traspirazione, cambiamenti del tono viscerale. Supponiamo adesso che l’emozione della collera e i corrispondenti fattori della situazione nascano da una tendenza dissociata. In queste circostanze avviene che i cambiamenti del primo gruppo, quelli rappresentati nella coscienza, non possono manifestarsi chiaramente. Infatti se lo facessero tradirebbero il segreto, per così dire; oppure contribuirebbero a provocare rapidamente un attacco di angoscia, il che complicherebbe l’esperienza in modo da renderla irriconoscibile. Ma il gruppo di processi sostitutivi in cui sono compresi gli stati ossessivi è tale da rendere, in generale, immuni da attacchi da angoscia, tranne in circostanze eccezionali. Sempre parlando di problemi viscerali, di solito si ha stitichezza spastica, con o senza episodi di diarrea, ma si possono anche avere fenomeni cardiovascolari (specialmente ipertensione: insoddisfazione sul piano affettivo).


onostante i disturbi fisici siano spesso invalidanti, questi soggetti non amano parlare del loro malessere perché si vergognano di essere ammalati e la compassione altrui li imbarazzerebbe. Il loro rapporto col corpo è difficile, bisogna mascherarlo e nasconderlo: non va mostrato, deve essere tenuto sotto controllo attraverso l’osservazione ipocondriaca un involucro che crea solo  preoccupazioni. Questi individui sono metodici, ritualistici e scrupolosi. Rituali e superstizioni fanno parte della nostra vita, ci danno la sensazione di poter esercitare un controllo sugli eventi dell’ambiente esterno e sugli impulsi provenienti dal mondo interiore, che sono al di fuori  del nostro controllo più di quanto siamo disposti ad ammettere. Alcune persone compiono quotidianamente gesti come toccare ferro, non calpestare certi spazi tra le piastrelle del pavimento, gettarsi il sale dietro le spalle: si tratta di riti e atti compulsivi alla cui base c’è sempre una componente adattiva (stati ossessivi e compulsivi difficilmente si presentano isolati, ma insieme con l’uno o l’altro dominante). E’ necessario però fare attenzione a non perderne il controllo: lavarsi continuamente le mani fino a rendere ruvida e secca la pelle, perché eccessivamente preoccupati di contaminarsi, è un modo distorto di rispondere a un sano e genuino desiderio di igiene e pulizia. Quando il bisogno di controllo sul mondo esterno o interno diventa eccessivo siamo in presenza di un Disturbo Ossessivo – Compulsivo. Questo disturbo non sempre è portato all’osservazione dello specialista; molte persone, infatti, affette da questo malessere soffrono in silenzio, sia perché troppo a disagio per cercare aiuto qualificato, sia perché completamente rassegnate a non trovare, a loro dire,  un trattamento valido ed efficace, che in realtà, non bisogna mai dimenticare, ESISTE. Le situazioni interpersonali in cui è coinvolta una persona ossessiva sono caratterizzate da oscure operazioni di potenza dirette alla conservazione del controllo su tutto quello che succede. Il disturbo, come è già stato più volte accennato, ha origine da una condizione di profonda insicurezza molto antica che può durare tutta la vita (transitorietà = insicurezza). Queste persone dubitano sempre del loro valore personale, né sono mai sicure che gli altri possano avere verso di loro un atteggiamento favorevole: verso se stesse hanno un continuo disprezzo, che di solito però si manifesta molto più chiaramente come disprezzo verso gli altri, che può non essere palese, ma in certe circostanze diventare molto evidente. Per nascondere il basso livello di stima che hanno di se stessi, questi soggetti assumono, molte volte con grande successo, un ruolo importante, astuto e potente. A volte la persona ossessiva è una figura tragica, che si muove in un mondo orribile di gente inferiore e malevola. 

 volte è simile a un Cristo in croce che sopporta sofferenze e torture nel tentativo di “aggiustare” le cose, di mettere tutto a posto per la sua pace emotiva, ma senza dar noia a nessuno. In questo caso gli altri non ottengono nessun risultato positivo dalla loro integrazione con l’ossessivo. Nel primo caso, invece, gli altri soffrono e sono spinti a loro volta a causare sofferenza dell’ossessivo. In genere ogni interferenza con le “sistemazioni” dell’ossessivo porta quest’ultimo a ritirarsi, amaramente offeso e inaccessibile, in una posizione di estremo distacco … odia la disapprovazione e teme le critiche. Avere a che fare con un paziente affetto da disturbo ossessivo - compulsivo è difficile anche per i familiari. E’ penoso vedere una persona cara che getta via il proprio tempo perdendosi in lunghi ed inutili rituali. Può inoltre capitare che il malato obblighi l’intera famiglia a partecipare, ai suoi riti, chiedendo aiuto per controllare che la porta sia chiusa o per verificare che non ci siano macchie di sangue nell’androne della casa: soprattutto in questi casi il trattamento coinvolge anche la famiglia, nel tentativo di liberare ogni suo membro dalla schiavitù dei rituali. Lo stato ossessivo è caratterizzato da una “eccessiva” attività di pensiero ... un continuo e straziante rimuginare. Coloro che appartengono a questo quadro clinico presentano un eccesso di moralismo e di saccenteria e sono sempre pronti a condannare il comportamento o le decisioni altrui. E’ tipico nel loro comportamento trovare difficoltà a spendere denaro per sé o per gli altri: essi risparmiano o investono per provvedere a future, ignote, assurde catastrofi. Molti sono incapaci di separarsi da qualcosa che più tardi potrebbe rivelarsi di valore e finiscono per conservare anche le cose più inutili, come vecchi giornali e stoviglie rotte. 

onoscevo un vecchio medico che teneva da conto tutti i batuffoli di cotone utilizzati per le iniezioni: al suo pensionamento ebbe notevole difficoltà a liberarsi di quanto accumulato in tutta la sua carriera (feci = denaro = stipsi).  I pensieri ossessivi ricorrenti possono fare insorgere preoccupazioni serie, come l’idea di essere contaminati da germi portatori di infezioni, di avere investito qualcuno con l’auto o di aver lasciato aperto il rubinetto del gas aperto, anche dopo dieci o venti controlli; c’è chi può essere letteralmente perseguitato dal timore ossessivo di strangolare la persona amata o di compiere atti osceni o sacrileghi.

Il trattamento di questi soggetti deve essere condotto -
proprio per il loro continuo rimuginare, i  pensieri disturbanti e intrusivicon molta cautela: meno si parla meglio è. Il loro senso del dovere, il controllo, il perfezionismo e la precisione “facilitano” la programmazione degli incontri: arrivano  sempre puntuali alle sedute se non con qualche minuto di anticipo (spesso vengono etichettati come ‘bravi’ pazienti o ‘figli’ perfetti). 
 Il controllo non solo è importante ma è sempre un’arma a doppio taglio. Se la possibilità di controllo, durante la terapia, pensano sia minacciata, essi possono reagire con irritazione e collera, che di solito non esprimono direttamente. Per questi soggetti, inoltre, le emozioni più difficili da mostrare sono la tenerezza, l’amore e la compassione, sentimenti che essi associano alla debolezza e alla vulnerabilità. 
Di conseguenza nei rapporti con gli altri costoro presentano un caratteristico atteggiamento di rigido formalismo. Spesso ossessionato da dubbi sulle proprie capacità, sono estremamente sensibili alle critiche, soprattutto se provengono da persone di stato sociale e autorità superiori (si rievoca l’antico conflitto con le figure di riferimento) … la psicoterapia con questi soggetti, essendo un rapporto relazionale, tra due persone, se non si procede con cautela, è davvero in salita! Il pericolo maggiore che si corre durante la terapia - proprio come  hanno fatto con i genitori per ricevere l’attenzione e le cure necessarie - è quello di trovarsi di fronte un paziente troppo perfetto, che cerca esclusivamente  dal professionista stima e affetto. 
Lo scopo della terapia non è solo aiutare il paziente ad esprimere i sentimenti di rabbia ma anche dargli la possibilità di formulare critiche sulla metodica terapeutica attivata e sulla figura del professionista, senza mai esprimere giudizi di valore. Può essere utile, contemporaneamente alla psicoterapia, raggirando le difese, insegnare alcune  visualizzazioni rivolte ad esprimere rancore e rabbia: il “Vulcano”, il “Ruscello”, il “Temporale”.


ualsiasi terapia attivata deve procedere lentamente senza tanti “scossoni”. Questi individui, infatti, vedono il cambiamento come una fonte potenziale di pericolo che può renderli vulnerabili e insicuri (vedasi transitorietà). Così resistono a ogni novità e a qualsiasi diversità : giungono a rifiutare  il fatto che nella vita non tutto è garantito e che non sempre possono essere in grado di controllare il presente, né tantomeno il futuro. Bisogna andare particolarmente cauti perché sono propensi alla depressione, specialmente quando invecchiano  (il testosterone cala) e si accorgono che non hanno conseguito i successi sperati, che non sono così legati  affettivamente ai figli e al coniuge come vorrebbero, oppure che la fatica e l’energia spesa per la carriera non ha giustificato il sacrificio delle relazioni personali. La parola d’ordine è ridurre lo stato ansiogeno e, soprattutto, insegnare nuovi modelli comportamentali. Sintomi quali un perfezionismo irragionevole, i dubbi sulle proprie capacità, il costante procrastinare e l’indecisione trovano, senza alcun dubbio, il loro trattamento migliore nella psicoterapia.

Risultati immagini per isteria di freudCi sono bambini che non sono solo “segnati” dall’esperienza di “perdita“ e di separazione fisica, ma il loro equilibrio emotivo è messo in serio pericolo anche da un altro fenomeno relazionale precoce: quello di essere tagliati fuoridai rapportipoco importanti e per niente considerati per rispondere, con sincerità, a tutti i loro “perché” esistenziali, mai presi sul serio perché sempre troppo piccoli e, quindi, non in grado di comprendere le situazioni, capire ... in breve, cure genitoriali inadeguate con messaggi contradditori, narcisistici e seduttivi.  Sono costretti a vivere con le figure di riferimento, poco amorevoli, nel periodo orale-fallico-edipico, una drammatica esperienza d potere, rivalità e di esclusione: assumono un ruolo confuso, con un’immagine di se stessi infantile, carente, sono delusi, non adeguatamente stimolati e coinvolti nei rapporti interpersonali (i genitori sono concentrati più sui loro conflitti interiori che sulle esigenze del piccolo; è lui che, spesso, si fa carico dei loro disagi; i genitori nei loro comportamenti quotidiani possono esprimersi in maniera violenta, andare in escandescenza, ma lui no, mai, non può assolutamente, deve sempre comportarsi in maniera controllata e razionale; sviluppano un’immagine falsata di se stessi e dell’altro … in certe occasioni gli viene chiesto, a livello affettivo, di fare da stampella, da sostituto al partner “assente”).

osì, il fanciullo, fin dalla tenera età, per rompere questi meccanismi caotici e contradditori, non avendo modelli precisi da seguire, è costretto - per colmare una profonda carenza d’affetto e avere uno sguardo in più - a recitare, simulare, impressionare, piacere a tutti i costi, imparare l’arte dell’apparire e del saper sbalordire: diventa un ottimo artista nell’oscurare ogni abbozzo di infelicità perché lo devono vedere sempre felice e contento (interpretare il ruolo del bambino perennemente felice) … si difende da se stesso e dagli altri (contro le situazioni frustranti) attraverso la “maschera” del sorriso diventa radioso e splendente anche se non è necessario … spesso, fuori luogo, per nulla. Un bimbo piccolo, privo di guida e modelli univoci da seguire, con pochi “strumenti” di sopravvivenza a disposizione (fisici e mentali), di fronte a questa paralizzante solitudine, al timore di non essere considerato, poco amato e, soprattutto, per accattivarsi l’affetto dell’altro, deve indossare immediatamente la maschera del sorriso (difesa contro la sofferenza), trovare velocemente una soluzione a questa sua profonda insicurezza ed incertezza, imporsi all’attenzione altrui, strabiliare, affermare se stesso, fare “colpo”: accattivarsi, simpatie, strappare agli interlocutori un breve accenno di sorriso e attirare la massima attenzione … in breve, deve imparare con solerzia a sedurre e sollecitare l’altro, astutamente improvvisare e disporre di un grandioso savoir – faire (imponendo la sua presenza riesce a gestire e neutralizzare in qualche modo questo sentimento di rivalità ed “esclusione”… si comporta così perché teme di essere svalutato, respinto). Deve continuamente esagerare e ingigantire le proprie emozioni sempre plateali, violente e contraddittorie, sedurre e manipolare gli altri per raggiungere i suoi obiettivi: ama dominare la scena, avere la massima attenzione e, soprattutto, smantellare un’eventuale giudizio di valore, evitare critica e disapprovazionepassa velocemente con grande abilità dalle emozioni più intense a quelle più fredde. 

er raggiungere i suoi obiettivi, spesso, non solo dovrà affrontare situazioni superiori ed inadeguate alle sue capacità e competenze cognitive (struttura mista isterico – depressiva; per il terapeuta è sempre importante conoscere con quali quadri clinici genitoriali, questi soggetti, hanno avuto a che fare) ma diventare adulto velocemente prima del tempo (un ruolo che, se non supportato, porta facilmente al senso di inferiorità e disistima). Come è bravo a recitare di fronte ad una grande ed immensa platea altrettanto abile è nel disertare e cambiare pubblico, ambiente o compagnia quando non è seguito, adulato, considerato e ammirato, quando non è più sotto le luci della ribalta … atteggiamenti nel dare spettacolo che, spesso, creando confusione, degenerano nella megalomania, nella finzione e nella bugia, possono evolvere verso la psicosi o a una completa ed invalidante disorganizzazione della personalità … spesso viene confuso, a seconda della gravità (nevrotica o psicotica), con la personalità psicopatica, narcisistica e dissociativa

on questi presupposti ed esperienze relazionali prende il via la struttura  isterica   caratterizzata da un forte desiderio di affermazione, un bisogno eccessivo di considerazione, una esagerata ambizione e una malsana competizione: non deve solo essere sempre il primo ma anche grandioso in ogni cosa, al centro dell’attenzione e degli applausi  tutto condito con  la mancanza di autenticità, poca costanza e  scarso senso di responsabilità, frivolezza e superficialità (rimanere un bambino irresponsabile).  
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Ama il preludio sessuale più che l’atto vero e proprio (deve sedurre e piacere … mascherare la sua dipendenza): un’attività ludica in cui deve governare e vincere a tutti i costi ... ha bisogno dell’altro per sedurre, confermare la sua abilità,  per essere ammirato, per stupire, per aver garantito il suo pubblico quotidiano. Un’altra cosa che odia -  essendo una ferita narcisistica dolorosa già sperimentata a suo tempo nella triade - è quella di essere abbandonato, una mossa che preferisce sempre giocare d’anticipo … anticipare l’evento. Non ci sono sintomi fisici che questo quadro clinico non possa produrre: paralisi, aerofagia, vomito, afonia, frigidità o anorgasmia, contrazioni muscolari, blocchi all’apparato scheletrico, svenimenti, deliri, amnesie (conversione somatica isterica …  senza avere alcuna base anatomica). Il malessere avviene quasi sempre in pubblico, perché ha bisogno di dare spettacolo: una simulazione, ovviamente, in buona fede, dovuta appunto al suo disagiata percorso evolutivo. 

uggestionabile, incostante, immaturo è, come già detto, alle prese con un conflitto antico. I suoi disturbi sono la manifestazione di un desiderio contrastato che non può soddisfarsi altrimenti, ma spinge il soggetto ad attirare su di sé l’attenzione degli altri. La sua carta vincente è nella gestualità, ovvero nel muoversi, nel vestirsi, nell’attirare l’attenzione con il corpo  ... nell’apparire è davvero un grande campione. Va in terapia solo quando teme che il suo disagio emotivo possa intaccare la sua “grande” bellezza”, la sua armonia e vitalità fisica, perdere fascino: non possa più impressionare, fare colpo.


La difficoltà principale di cura con questi soggetti,
anche con i più sani cioè quelli con un contenuto nevrotico, 
è stabilire una amichevole, solida e cordiale  alleanza terapeutica in modo tale che non possa più fuggire dalla realtà (rifugiarsi nella seduzione, nelle buffe moine, nelle bizze e nei capricci infantili):
 cioè attivare un clima genuino collaborativo anche se  
sono molte le resistenze che ostacolano tale lavoro … 
sono convinto che il terapeuta abbia sempre  un
 intuito geniale sulla loro 
condizione emotiva senza 
conoscerli veramente. 


ella terapia esaminano attentamente le metodiche terapeutiche adottate più per procurarsi piacere e soddisfazione che per la loro efficacia curativa (un contatto riparatore, quello che non hanno mai avuto con le prime figure di riferimento). Il rapporto terapeutico - mai frettoloso, ma sempre tollerante, rispettoso e delicato - non deve essere per nulla intrusivo e direttivo, tantomeno “rumoroso” (più il terapeuta rimane in silenzio meglio è, deve ascoltare!). L’isterico deve imparare a sentire e interpretare realisticamente queste sue percezioni, imparare ad essere “responsabile”, ad amare, sentirsi veramente amato senza nessuna condizione ma, soprattutto, deve arrivarci da solo … favorire la massima fiducia nelle sue capacità (quello che non ha mai avuto) … facilitare l’unione tra pensiero e sentimento.
                                                                                           

Bonipozzi dott. Claudio Tel. 349.1050551 
 E mail: bonipozzi@libero.it

NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre indispensabile rivolgersi per qualsiasi diagnosi o terapia specifica. Il presente articolo pertanto ha un  valore educativo, non prescrittivo.
 

sabato 12 novembre 2016

Il ‘riscatto’ della psicoterapia …

Il riscatto della psicoterapia



ino ad alcuni anni fa era impensabile trovare in certi Convegni - che trattavano disturbi fisici - la figura dello psicoterapeuta come relatore: la sua esclusione, medico o psicologo che fosse, era totale e categorica. Ma perché questo rifiuto accuratamente voluto? Perché la gente ha tanta paura di accettare la possibilità che la sua mente svolga un ruolo nel suo problema? Perché non siamo capaci, come sembra, di accettare che un’altra cosa lontana dalla sede del problema, la mente, entri in causa e vada presa in considerazione, vada capita, sostenuta e aiutata? 


er rispondere a queste domande bisognerebbe andare molto indietro, ritornare agli studi classici. All’inizio della storia il fenomeno del malessere emotivo fu gestito da pratiche sacerdotali. Nel V sec. a.C. Ippocrate, la famosa scuola di Coo, negò con forza che il disagio emotivo fosse opera del diavolo o di altri spiriti più o meno maligni e, quindi, in maniera rudimentale, affermò con fermezza che la sofferenza mentale non era altro che una malattia del cervello. Più tardi i Greci buttavano in mare dalle scogliere gli individui con quadro clinico depressivo, nella speranza che lo shock li facesse riprendere. Poi, in seguito, coloro che presentavano disagi emotivi venivano completamente isolati; se necessario non si esitava, con solerzia, a sgridarli, picchiarli, a legarli per impedire loro di nuocere a se stessi e agli altri … un trattamento a dir poco disumano (simile a quello che alcuni “educatori” fanno attualmente in certe strutture pubbliche e private … è cambiato davvero poco!). Tali ‘ammalati’ erano considerati assolutamente incapaci di vivere in società, estranei agli altri uomini, venivano designati col termine di alienati (estraneo). Nel ‘famoso’ periodo buio (Medioevo), inoltre, i ‘sacerdoti’, oltre ad affrontare la situazione con purganti, salassi, frizioni e fumenti, praticavano l’esorcismo per scacciare i “demoni” della ‘follia’. All’inizio tali ‘sventurati’ furono considerati con benevolenza poi, improvvisamente, perseguitati: in parte cacciati dalle città, rinchiusi nelle torri, bruciati vivi come streghe da parte dell’Inquisitore ... il malessere emotivo era un marchio infamante, un qualcosa da nascondere e, soprattutto, da evitare. 

i furono molte voci di dissenso contro quella scelta ma, per ragioni misteriose, la persecuzione continuò fino a tempi più recenti. Nonostante sia passata molta acqua sotto i ponti, siano stati fatti enormi progressi in questo delicato settore - mettendo a punto valide metodiche terapeutiche psicologiche in grado di offrire un’ampia gamma di interventi che si sono dimostrati, nel tempo, risolutivi contro tale malessere - il cambiamento di atteggiamento nei confronti delle persone affette da disturbi emotivi non è per nulla cambiato: per alcuni, sono ancora individui da guardare con sospetto, da tenere sott’occhio… sono deboli, inattendibili e pericolosi per la società! I pregiudizi, i timori, le approssimazioni su tali disturbi sono ancora davvero innumerevoli. Il fatto che molti orientamenti scientifici nei secoli, poi, abbiano mantenuto “narcisisticamente” la mente e il corpo come unità separate non ha certamente favorito la comprensione reale del meccanismo relativo alla malattia organica. Ancora oggi, purtroppo, molti orientamenti scientifici dividono le malattie in due settori: mentale e fisico. Ovvero, si parte dall’idea che la malattia abbia esclusivamente un’origine fisica. Questa ‘cattiva’ abitudine, comunque, di separare le malattie fisiche da influenze emotive può costituire il più grande deterrente non solo per la qualità dell’intervento terapeutico ma, soprattutto, per mantenersi in buona salute attraverso la consapevolezza del fenomeno. La conoscenza, invece, è forse il modo migliore per combattere questo disagio, informare sempre sui sintomi, sulla diagnosi e sulle terapie: lo stato di salute dei pazienti, infatti, migliora nettamente nel momento in cui comprendono cosa sta accadendo dentro di loro e quando vengono messi al corrente delle terapie disponibili, senza contare che i familiari, conoscendo a fondo la malattia, possono aiutare i propri cari in modo più efficace.


algrado l’esperienza inequivocabile della componente mentale presente in ogni malessere, si dà la colpa al corpo, lo si esamina, lo si cura come la causa dei sintomi di cui si soffre. Molte volte, invece, è il capro espiatorio, il messaggero della mente condannato a un atroce destino. Per confondere ulteriormente le cose, il corpo spesso funge da richiamo ingannevole per allontanare l’attenzione dalla vera fonte del problema, la mente. Si scaricano su di esso i vari disagi esistenziali. Come conseguenza, il problema cronico non sarà mai risolto se ci si perde nei meandri delle speculazioni filosofiche, se si consuma tutta l’energia a considerare con insistenza ossessiva l’aspetto fisico della situazione, mentre non se ne dedica alcuna agli aspetti psicologici del problema. Sembra quasi che ci si aggrappi alla causa fisica per giustificare e sottolineare che la cosa non ci riguarda, non è colpa nostra. Se si rompe un osso, non è colpa della persona, è ‘colpa’ della parte che si rompe e la cosa è più accettabile. Forse sussiste la sensazione inconscia e radicata che la mente sia la persona, e che i sensi di colpa, il marchio delle convinzioni culturali ataviche negative, la vergogna, le accuse e le responsabilità di un problema emotivo appaiono pesanti da sopportare.

a reazione più comune, quando si ‘ipotizza’ l’esistenza di una causa psicologica, è di sfiducia, noia, rabbia e rifiuto dell’eventualità. Per i più sensibili, inoltre, con profondi tratti depressivi, al solo pensiero di condividere, aderire a questa interpretazione sviluppano un forte senso di colpa aggravando così, ulteriormente, la situazione organica … per loro un simile suggerimento alla riflessione diventa un verdetto di condanna, di rifiuto, un vero e proprio giudizio di valore. Sembra quasi che dicendo che la cosa è nella mente -  fenomeno impercettibile e non riconoscibile attraverso gli strumenti clinici - sia non solo un’onta vergognosa da sopportare, ma sia anche una simulazione, non è reale, che se ne è colpevoli; così si preferisce cercare una scorciatoia, una “vera” causa, fisica, anche se questa strada non porterà mai alla meta desiderata. Sembra che ci spaventi accettare l’aspetto mentale dei nostri problemi, anche se sarebbe veramente la mente ciò a cui dovremmo prestare attenzione.

E
ppure fissandoci sul fisico, può darsi che ciò che rendiamo fisso sia proprio il nostro problema. La scienza, ovvero la recente psiconeuroendocrinoimmunologia, ancora una volta, superando la dicotomia mente/corpo, ci viene in aiuto per portare chiarezza su questo fenomeno più moralistico e filosofico che reale
: mette in evidenza l’influenza della psiche sul soma, l’impatto dei pensieri sul benessere fisico …un universo di cellule e un mondo di sentimenti uniti nel destino, un modo di vedere l’essere umano nella sua interezza, superare quella tradizione meccanicistica e riduzionista del pensiero classico che separava completamente la vita psichica dalla malattia organica. L’asse CRH  (ipotalamo)ACTH (ipofisi)Surrene, infatti, è un insieme di sistemi  trasmettitoriali sofisticati che chiariscono perfettamente, dopo secoli di vivace dibattito, le recenti teorie della psiconeuroendocrinologia circa la dicotomia mente corpo


ede in ogni individuo una specifica ed originale modalità reattiva, analizza attentamente come risponde al suo ambiente, agli stimoli della vita quotidiana, dal più banale, come un semplice raffreddore, al più grave, come un lutto. Per questo orientamento scientifico, non sembra essere particolarmente significativo ciò che accade intorno a noi, all’ambiente circostante, o dentro di noi, quanto invece il modo in cui si reagisce agli eventi della vita, come li guardiamo … poco importa se sono positivi o negativi. Ogni individuo, infatti, risponde agli stimoli - interni o esterni - in modo unico e in relazione alle proprie capacità cognitive e risorse biologiche: modo di pensare, aspettative, importanza che si danno alle cose e al significato che si attribuisce a quella particolare realtà.  E così entra in gioco la personalità dell’individuo intesa come modalità strutturata di pensiero, sentimento e comportamento, la quale caratterizza sempre il tipo di adattamento e lo stile di vita di un soggetto, frutto di correlati biologici ed esperienza sociale. Di fronte ad uno stimolo qualsiasi il nostro cervello si attiva per valutare il messaggio, per dare una risposta adeguata. Tale stimolo può essere un pensiero attivato per la soluzione di un problema, un’emozione o tutto ciò che generalmente accade nel quotidiano. In ogni caso, se il fenomeno è considerato “importante”, degno di attenzione, cioè significativo, l’individuo analizza, compie le sue osservazioni: pericolo, rischio, interessi, minaccia, vantaggio. La tranquillità o la minaccia presunta che suscitano tali stimoli determineranno, secondo le proprie capacità psichiche e biologiche, la gestione più o meno appropriata della situazione


er capire meglio la dinamica di questi eventi, esaminiamo la reazione fisiologica che può essere di equilibrio o di squilibrio. Ogni struttura psicosomatica (apparato - sistema) possiede una condizione ideale di funzionamento: temperatura corporea, acidità, ossigenazione. In termini fisiologici qualunque stimolo agisca sconvolgendo queste condizioni ideali di funzionamento, può essere considerato come una reazione biochimica dell’organismo, in eccesso o in difetto, che l’organismo (mente – corpo) cerca in tutti i modi di far fronte alla situazione e, nel contempo, ristabilire l’equilibrio. In un primo momento si ha la fase di allarme, il soggetto valuta attentamente lo stimolo, vede in che misura può rappresentare una minaccia per l’equilibrio mente – corpo, ne prende atto, raccoglie tutte le risorse (sempre psichiche e fisiche) e si prepara ad affrontarlo. La fase successiva è quella della resistenza: sia biologica sia comportamentale, è finalizzata alla conservazione dell’equilibrio perturbato, le attività dispersive, non essenziali vengono procrastinate e l’obiettivo principale diventa il superamento del problema in atto. Alla fine sopraggiunge la fase di esaurimento: dopo un’esposizione prolungata a qualunque agente nocivo, oppure particolarmente intenso, o non si riesce a gestire in modo adeguato le difficoltà della vita quotidiana, le riserve di energie dell’organismo possono esaurirsi. Nel gestire questi “passaggi” l’organismo attiva delle modificazioni biologiche, comportamenti e risorse psicologiche; ciò spiega, per esempio, perché nell’affrontare un esame il cuore batte forte, si accentui il tremore e momenti di terrore nell’affrontare la prova con la conseguente necessità di mettere in atto alcune strategie, come ritenere importante il presentarsi in ogni caso all’esame e tentare di superarlo. 

a risposta biologica viene mediata principalmente dal sistema endocrino, dal sistema nervoso periferico e dal sistema immunitario. il primo risponde alle modificazioni dello stato emozionale del cervello: si osserva un aumento di adrenalina, noradrenalina, cortisolo (ormoni della corteccia surrenale), dell’ormone della crescita, della prolatina e, successivamente degli ormoni tiroidei; gli ormoni sessuali, invece, tendono a diminuire, proprio perché l’organismo essendo impegnato contro qualcosa che teme, distoglie la propria attenzione da un’attività che richiederebbe ulteriore investimento ormonale. Tutte queste sostanze fanno aumentare l’energia necessaria ad affrontare la situazione. Alcuni ormoni, infatti, come l’adrenalina e la noradrenalina  preparano l’organismo alle maggiori prestazioni richieste dalla situazione problematica. Tutto ciò, comunque, si ripercuote sul sistema immunitario, che tuttavia possiede meccanismi specifici di controllo. Esso  è molto sensibile alle “risposte” a ogni stimolo e ciò spiega la maggior vulnerabilità dell’organismo agli agenti infettivi. Non è un caso che le nostre difese immunitarie si abbassano di fronte ad eventi che non si è in grado di gestire: un fenomeno che diventa causa di disfunzione e malattia ... queste erronee risposte adattive dell’organismo sembrano scatenare o preparare il terreno a ‘infinite’ malattie.


opo questa breve “introduzione” diventa più facile farsi l’idea del posto occupato dalla psicoterapia in ambito clinico. La psicoterapia, al di là dei vari orientamenti scientifici, si “sforza” di agire sui pensieri, sul comportamento, sulle emozioni e sugli atteggiamenti attraverso il “verbo”, la parola, o altre metodiche terapeutiche psicologiche. C’è chi ritiene - ed è bello che sia così perché stimola approfondimento ed apertura a cose diverse - che questo faccia della psicoterapia un trattamento diverso da quello ‘biologico’ che si avvale di farmaci, e tuttavia sia la psicoterapia sia la terapia farmacologica, utilizzando ovviamente un approccio diverso, hanno come modalità operativa, come obiettivo il cervello. Il traguardo finale è infatti quello di cambiare il modo in cui un individuo sente, pensa, agisce ed entra in relazione con gli altri così che possa scoprire e perseguire nuove possibilità, conquistare una consapevolezza diversa riguardo “lo stile reattivo” e acquisire nuove capacità e abilità nel far fronte agli eventi della vita. Oggi gli specialisti in questo settore hanno affinato tecniche terapeutiche davvero precise, importanti  e, spesso, risolutive per un buon equilibrio mente - corpo  rispetto al passato. Il successo di tale metodica, comunque, dipende da vari fattori che entrano in gioco nel creare un legame, nello stabilire un rapporto di fiducia e nel dare vita a una relazione basata sulla collaborazione. I soggetti che intraprendono questa “grandiosa” esperienza umana proiettano inconsciamente sul terapeuta i propri desideri, bisogni, speranze e volontà … tutti sentimenti vissuti con persone importanti del loro passato, che sono appartenuti al loro mondo evolutivo. 

uesto transfert di sentimenti e pensieri a lungo sommersi rivela modelli di comportamenti che continuano a provocare sofferenza emotiva e, quindi, attivare quel famoso asse psico fisico: CRH, ACTH  e Surrene. Il rapporto che viene a instaurarsi tra il paziente e il terapeuta - la cosiddetta alleanza terapeutica - permette loro di lavorare insieme in stretto rispetto e collaborazione. Il paziente deve sentirsi sufficientemente a proprio agio con il proprio terapeuta, deve nutrire fiducia in lui al punto di “rivelargli” consapevolmente che cosa lo “affligge” ed essere disponibile a dialogare del suo turbamento … in tale rapporto non esistono atteggiamenti moralistici e tanto meno giudizi di valore. Se questo rapporto di fiducia manca, il paziente non può dischiudere i suoi sentimenti più reconditi. Da parte sua il terapeuta ha la responsabilità di coltivare questa alleanza mostrandosi partecipe e rispettoso … col massimo rispetto e profonda empatia della sofferenza altrui mette in atto, lentamente, la sua abilità e strategie psicoterapiche.


edici, Nutrizionisti e Psicoterapeuti  uniamoci, mettiamo da parte per un attimo le distanze culturali, lavoriamo insieme, non per soddisfare i propri bisogni “narcisistici” ma semplicemente per informare, per fornire dati sempre più chiari e aggiornati possibili, per parlare di come stanno realmente le cose, in modo tale da formare, tra specialisti e pazienti, una forte e potente squadra, sviluppare un’atmosfera serena e una situazione di profonda fiducia ... ma, soprattutto, per stimolare solidi obiettivi comuni futuri rispettando sempre e comunque la dicotomia mente – corpo. Essere a fianco di chi si sente confuso, disorientato e deluso non significa solo cercare la migliore sistemazione possibile della situazione ma anche di scongiurare un possibile avvilimento, scoraggiamento e allontanamento o, peggio ancora, l’interruzione delle terapie in corso, per affidarsi a  cure meno tradizionali o perfino ciarlatanesche.

… attribuire un’eziologia psicosomatica alle malattie incontra, spesso, nel pensiero comune, molte RESISTENZE e parecchia IRRITAZIONE: difficile accettare che siamo sempre noi a generare il ‘male’. Alcuni giustamente diranno, ma tutte quelle cose che respiriamo e ingeriamo non contano proprio nulla? Certamente. Non va comunque dimenticato che sono proprio i disagi emotivi prolungati nel tempo che compromettono il funzionamento del sistema immunitario e, quindi, con difese ‘basse’ anche le cose più banali risultano difficili da neutralizzare.


Bonipozzi dott. Claudio Tel. 349.1050551 
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NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre indispensabile rivolgersi per qualsiasi diagnosi o terapia specifica. Il presente articolo pertanto ha un  valore educativo, non prescrittivo.