sabato 4 marzo 2017

La persona deve stare al centro di ogni cosa... sia nella salute sia nella malattia.



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La persona deve stare sempre al centro di ogni cosa  
                                      sia nella salute sia nella malattia

essere umano, nel bene e nel male, deve essere messo sempre al di sopra di ogni sua storia personale … considerarlo, guardarlo e ascoltarlo con grande attenzione, MAI colpevolizzarlo o osservarlo con superficialità. Si sa da tempo, in maniera inequivocabile, che tutte le ‘storie’ sociali ‘complesse’, protratte nel tempo - vissute con l’idea di violenza, tensione e costrizione - rischiano di modificare o alterare negativamente l’equilibrio psicosomatico e, quindi, generare numerose situazioni di scompenso a livello fisiologico; nei casi peggiori, purtroppo, predisporre a ‘strane’ ed invalidanti malattie. L’organismo, infatti, di fronte alle situazioni difficili è ‘costretto’ a mobilitare tutte le sue capacità difensive per fronteggiare quelle situazioni considerate o vissute come ‘minacciose’. Il corpo, pertanto, non in linea con le emozioni (incomprensioni, manipolazioni, fragilità, insicurezze) è sempre messaggero di conflitti interiori e di tutte le risorse vitali inascoltate: uno stato confusionale che annulla e allontana da se stessi. Il fattore di ‘aggressione’ può essere fisico (trauma, agente tossico o infezione), come pure psicologico (emozione). Il modo di interagire con il mondo circostante, infatti, può avere - quando si manifesta in maniera conflittuale  - un effetto devastante se non patogeno sul corpo e sulla mente. Non ci sono ormai più dubbi, le numerose e sofisticate ricerche effettuate da tempo dalla disciplina scientifica PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia) hanno ampiamente dimostrato l’aspetto negativo (o positivo) di tale insolita modalità reattiva. Anche se in questo settore molto rimane da fare, parecchi sono comunque gli studi disponibili e accreditati - non fantasiosi come molti vorrebbero far credere - che evidenziano una netta correlazione tra stili di vita ‘complicati’ e la comparsa dell’eventuale malattia. 

ffrontare la vita sempre di petto, con un atteggiamento ansioso e insicuro, azzerare gli interessi e neutralizzare le spinte individuali non solo può rendere confuse e inefficaci le azioni quotidiane ma può fare ammalare seriamente anche il corpo. Atteggiamenti e modi di reagire che, a lungo andare, possono influenzare la storia, il decorso e l’efficacia delle varie metodiche terapeutiche in atto. In realtà, sembra che lo stato di salute di ogni individuo - volenti o nolenti - dipenda dall’interazione sociale e dalle risposte che egli dà agli stimoli sia interni sia ambientali (non vanno esclusi e sottovalutati nemmeno tutti i veleni che quotidianamente si è costretti a ingurgitare; ma anche in questo caso se le difese immunitarie sono basse - per le questioni sopra indicate - basta davvero poco per ‘avvelenarsi’)
Risultati immagini per malattia nei dipinti della  cultura classicaQuando un individuo è sottoposto a continue tensioni, interminabili lotte, alle prese con importanti cambiamenti di vita e rapporti più o meno impegnativi, si attiva immediatamente, a livello cerebrale, una risposta ormonale (asse ipotalamo - ipofisi - surrene); l’intensità di questa situazione reattiva, comunque, è sempre unica e soggettiva, ovvero si manifesta a seconda dell’interpretazione, del giudizio e del significato che il soggetto attribuisce a quel particolare evento. La reazione dell’organismo, in quel frangente, è caratterizzata da modificazioni neuroendocrine strettamente collegate tra di loro, che fanno intervenire l’ipotalano (centro delle emozioni del cervello), l’ipofisi e le ghiandole surrenali (centro della reattività). Quando ci si sente ‘minacciati’ o ‘frustrati’ l’organismo produce immediatamente una serie di sostanze neurochimiche, sia neurotramettitori sia neurormoni (cortisolo, adrenalina, noradrenalina): reazione che si manifesta in tutti gli individui sottoposti ad aggressione vera o presunta. 

gni relazione ‘difficile’, pertanto, vissuta con un senso di impotenza, di solitudine, di sfiducia, di disperazione, percepita in maniera minacciosa, frustrante e insoddisfacente determina, attraverso un cambiamento bio – chimico, modificazioni fisiologiche importanti (pressione sanguigna, iperglicemia, infiammazione), problemi cognitivi (attenzione ballerina, memoria offuscata), comportamentali (immobilismo catatonico, agitazione diffusa ed  irrefrenabile) e, non meno importante, un calo significativo delle difese immunitarie. Un fenomeno che, con la sua onda ormonale improvvisa, può contribuire allo sviluppo di varie patologie, tra cui malattie cardiovascolari, dell’apparato digerente, ghiandolari e infettive. Le emozioni di rabbia, di contrarietà e di rancore trattenute, poi, si esprimono in cefalea, gastrite e crampi addominali; quelle relative a commozione, gioia ed entusiasmo si traducono in vertigini e tensione cervicale; invece la paura, l’imbarazzo continuo e la tristezza parlano attraverso la colite, nevralgie e rigidità muscolare; mentre il trattenere i sentimenti e il desiderio sessuale si esprimono in tachicardia, ansia e depressione. Il corpo con i suoi disturbi si fa testimone di tutte le sofferenze e di tutte le insoddisfazioni a cui non si riesce a dare una spiegazione chiara e diretta: si fa carico del malessere rimasto a lungo ‘imbavagliatoe tenuto costantemente ‘nascosto’. E’ la passività, il senso di negazione, la continua rinuncia a se stessi che, trasformando il corpo attraverso il ‘boicottaggio’ delle risorse riparatrici (omeostasi), sacrificando la vitalità, predispongono l’organismo al mal - essere più profondo. Molte persone, ad esempio, scelgono di camuffare l’ira dentro se stesse. 

uando sono prese dalla tristezza, non sopportano che qualcuno possa sbirciare o vederle mentre piangono. Quando sono orgogliose, non mostrano nessun cedimento … non lo manifestano per nulla al mondo!. Nascondono le emozioni perché un certo tipo di cultura ha insegnato loro che è sbagliato mostrarle, che è una grande debolezza e appartiene alla sconfitta … nulla però è più nocivo di tale atteggiamento! Quando si sente un’emozione e la si blocca, si reprime questo processo del tutto naturale - come sopra più volte evidenziato - ci si mette di traverso nei confronti di una reazione umana normale; fenomeno che, invece, dovrebbe manifestarsi spontaneamente, liberamente e autonomamente in ogni azione quotidiana … sempre ovviamente nel rispetto altrui. Le reazioni naturali, dopo tutto, sono state fatte per proteggere o salvare l’individuo; un’emozione trattenuta o negata, creando tensione, scoppierà prima o poi in un malessere organico. Quando si è tristi gli occhi si riempiono di lacrime, significa che il corpo sta dando una mano, mostrando all’ambiente circostante più vicino - oltre a portare equilibrio e scaricare la tensione - che si ha bisogno di sostegno affettivo. Rifiutare di lasciar scorrere le lacrime e, quindi, bloccare l’equilibrio cerebrale che si verrebbe invece a creare  nell’esprimere tale dispiacere, si nega il conforto che tutto l’organismo sapientemente ha deciso di chiedere e di mettere in atto.
Risultati immagini per malattia nella cultura classicaMolti, in terapia, ascoltando questo modo di pensare mi “aggrediscono” affermando: "Guardi che lei non me la racconta mica giusta; mi dica un po’, come mai allora mi trovo in questo stato, in questa condizione proprio adesso che ho raggiunto un importante successo professionale - da sempre voluto, conquistato con forza di gomiti e unghie affilate - una carriera brillante, un traguardo davvero invidiabile sia a livello lavorativo sia a livello sociale?”.  La risposta, per il lettore attento, potrebbe essere semplice e non molto lontana dalle affermazioni fin qui descritte. Se si continua, infatti, ad avere un cervello troppo occupato e concentrato a ‘recitare’ la parte di leader, incentrato ossessivamente sugli impegni e sacrifici, sul timore di deludere, su obblighi insensati, su schemi mentali fissi e solo sui risultati da conseguire a tutti i costi, non potrà mai e poi mai  decollare, produrre tutte quelle preziose sostanze che fanno bene all’umore; un cervello in “attesa”, proprio per la continua e snervante tensione, non sarà mai aperto, pronto ad ascoltare serenamente, in grado di guardare felicemente lo scorrere della vita. Un cervello con schemi mentali rigidi, sempre in lotta e pieno di tensioni per realizzare cocciutamente i vari obiettivi sempre uguali, monotoni e noiosi PERDE completamente il senso delle cose che gli sono vicine, nonostante i vari sforzi (inutili) non coglierà mai le sfumature della vita: curiosità, leggerezza, apertura, opportunità, spensieratezza, entusiasmo, gioia, libertà, spontaneità, vera passione per il lavoro, apprezzare e saper cogliere i momenti più belli e gioire delle cose che ha.

olti lettori avranno già in mente la risposta … da qui il passo è breve. Il disagio allora si fa sentire per smantellare quei comportamenti ‘forzati’ e ‘innaturali’, quella falsa sicurezza emotiva da tempo adottata, quelle forzature e quei percorsi rivolti solo ad ottenere cose effimere e transitorie, quel senso di inadeguatezza diffuso per non aver raggiunto magari quella posizione vincente tanto desiderata  … una lotta continua per arrivare ancora più in alto, quello stile di vita sofferente che non gli appartiene e che, proprio per questo, è costretto a mettere in scena un personaggio diverso da quello reale, sempre teso, deprimente, insoddisfatto, vuoto, rigido, aggressivo, triste, intriso perennemente di livore e caparbietà. Sempre lontano da se stesso, dal divertimento e dai suoi veri interessi, guarderà la vita con diffidenza e sospetto, fino a quando, a posteriori, si lascerà travolgere da profondi rimpianti (da quell’onda ormonale violenta e inadeguata), sarà “stritolato” dalla micidiale morsa dei rimpianti e rimorsi per le esperienze passate non vissute a pieno, non trattenute, lasciate sfuggire di mano (come dice una bellissima canzone di Fabrizio De Andrè: “Le passanti”) … una vita spenta, senza più stupore, gioia e passione. I segnali fisici (stanchezza cronica, mal di fegato e di stomaco, oppressione al torace, crampi, vampate di calore, ulcera, cefalea, mal di schiena) e psichici (frustrazione, attacchi di panico, disistima, depressione) segnalano che si stanno facendo cose non più in sintonia con i propri desideri, si sta andando contro la propria volontà; il mal – essere  allora segnala che siamo soffocati da obblighi e rinunce: dispiaceri e dolori si fanno “carne”. Questo è il motivo per cui bisogna curare SEMPRE il malato MAI  solo la malattia!

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Bonipozzi dott. Claudio Tel. 349.1050551 
 E mail: bonipozzi@libero.it

NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre indispensabile rivolgersi per qualsiasi diagnosi o terapia specifica. Il presente articolo pertanto ha un  valore educativo, non prescrittivo.


mercoledì 22 febbraio 2017

Psicosomatica... quando il malessere "decide" per noi



Psicosomatica  … quando il malessere “decide” per noi


a tempo, fin dall’antichità, si aveva sentore dell’influenza di alcuni fenomeni emozionali sull’organismo; l’individuo, in ogni caso, era  considerato una struttura funzionale inscindibile in cui, nel bene e nel male, nessuna parte poteva trovarsi isolata. La malattia, infatti, era una condizione profonda che coinvolgeva non soltanto l’organo colpito ma tutta la persona: stile di vita, atteggiamento mentale, equilibrio familiare, ambiente sociale e, non meno importante, l’alimentazione (adesso sappiamo che una alimentazione corretta crea una condizione leggermente alcalina nel sangue - con un pH 7,4 ca. - e, quindi, genera uno stato emotivo di gioia, gratitudine ed ottimismo, mentre una alimentazione scorretta determina uno stato acido del sangue - con un pH 6,5 ca. - causando uno stato emotivo di ira, rancore e pessimismo).

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ra ben noto, infatti, che se si procurava nell’individuo uno stato di benessere  - piacere, soddisfazione, gioia, gratificazione - durante una semplice o complessa malattia, la salute migliorava velocemente. In realtà, avevano intuito che l’elemento umano era determinante sia nell’ammalarsi sia nel processo di guarigione. Durante la diagnosi e la terapia, poi, separare il corpo dalla mente e dal contesto sociale non portava a niente di buono … la prognosi, il più delle volte, era sempre incerta e confusa, se non infausta. Avevano già capito che il malato per ‘riprendersi’ in mano la propria salute doveva stare con le persone care, con i veri amici, mangiare bene e bere vino buono: guai irritarlo o annoiarlo. Diversamente la sua sofferenza poteva avere il sopravento e, quindi, provocare ulteriori seri malesseri (stress: squilibrio biochimico e ormonale … oggi la scienza parla di abbassamento delle difese immunitarie). Non c’è bisogno comunque di scomodare i “vecchi” saggi, per verificare tale fenomeno, basta prestare attenzione al nostro corpo in certe situazioni emotive: se abbiamo timore o paura non sentiamo altro che un corpo “duro”, inflessibile, teso e contratto (chiuso, non disponibile, in balia degli squilibri ormonali), se invece siamo felici sentiamo un corpo “malleabile”, instancabile ed elettrizzante (aperto, disponibile a ricevere e a dare, in perfetto equilibrio ormonale) andrebbe in capo al mondo!
ià allora si avevano felici intuizioni e profonda consapevolezza che penosi, insistenti e continui stati d’animo potevano influire negativamente su certe funzioni come quella cutanea, digestiva e respiratoria. Attraverso una attenta e scrupolosa osservazione diretta avevano compreso, seppur in maniera grossolana, che ogni esperienza frustrante e sgradevole rendeva ogni stile di vita non solo negativo ma paralizzante e, a lungo andare, davvero invalidante. Due mondi non in contrapposizione ma che esprimevano la stessa realtà con modalità e linguaggi diversi: mentale e corporeo. Lo scopo principale dell’intervento terapeutico era quello di ristabilire l’armonia nell’individuo: equilibrio psicosomatico.



enomeno che, più tardi, viene ripreso e descritto in maniera brillante da C.G.Jung con il concetto di sincronicità: ciò che avviene nel corpo si verifica, nello stesso tempo, anche a livello psichico con un atteggiamento mentale simile al malessere organico. Il corpo è un evento sincronico in cui si considera l’uomo come espressione della simultaneità psicofisica (mente – organismo). Se ad esempio soffriamo di gastrite non solo ci brucia lo stomaco ma avremo a livello psichico, comportamenti e atteggiamenti mentali di natura “corrosiva” e di non disponibilità ad “accogliere” il mondo. Fenomeni silenziosi e impalpabili - ma sempre attuali anche ai giorni nostri - che, spesso, nascono e si acutizzano in situazioni di malessere relazionale diffuso (molto evidente in questo periodo sociale difficile, conflittuale e di transizione), e migliorano nel momento in cui le circostanze diventano più serene o favorevoli. 
ggi proprio come duemila anni fa - attraverso il corpo - la malattia parla in maniera inequivocabile dell’individuo, dei suoi vissuti quotidiani, dei suoi pensieri e, soprattutto, dei suoi desideri e delle sue passioni … dei suoi veri bisogni, a volte, inascoltati. Il corpo, allora, esprime questa “confusione”, si fa carico del disagio profondo: dolori, sensi di colpa, delusioni, paure, insoddisfazioni, rifiuti, umiliazioni, abbandoni, tradimenti, ingiustizie, che lentamente, pian piano, si fanno “corpo”. Un involucro che nel prendere direttamente in consegna il disagio interiore, perde improvvisamente il suo equilibrio bio – chimico nel tentativo generoso di garantire e tutelare, a modo suo, il benessere psichico. La visione della malattia, quindi, per la psicosomatica è globale: l’organo è parte integrante di un tutto. Dice in realtà che non è possibile comprendere la complessità umana se non la si esamina nella sua totalità: corpo e mente. Questo orientamento scientifico non si limita ad eliminare i “sintomi” ma si pone come obiettivo quello di “educare” l’individuo ad uno stile di vita il più possibile armonioso con se stesso ed il mondo circostante. Nel quotidiano e, soprattutto, nella malattia, nonostante la nebbia del sarcasmo e dell’incredulità si sia diradata e non ci sono più dubbi sull’unicità e simbiosi armonica mente – corpo,  poco si parla del nostro mondo interiore, di quanto può influire uno stile di vita sulle somatizzazioni ma, soprattutto, delle potenti difese che il cervello possiede nella risoluzione dei vari malesseri se non è “schiacciato” dalle cianfrusaglie, da un senso di impotenza diffuso, da una condizione esistenziale insoddisfacente e dagli stati d’animo fastidiosi protratti nel tempo. 
TTENZIONE però, non si tratta di responsabilità diretta, di un giudizio di valore, ma di avere consapevolezza delle condizioni fisiche, dei vari atteggiamenti mentali e delle abitudini senza più passioni … per superare certi momenti difficili.. La conoscenza, comunque, per buona che sia, non vale nulla se non messa in pratica da soli o sempre con l’aiuto di esperti. C’è una bella locuzione ferrarese (a me piace pensare che lo sia per sentirmi, ora, un po’ campanilista) Non rimandiamo all’indomani ciò che si deve fare oggi … il corpo, non dimentichiamolo, con le sue meravigliose cellule, vive sempre il tempo presente.

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Bonipozzi dott. Claudio Tel. 349.1050551 
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NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre doveroso ed indispensabile rivolgersi per qualsiasi diagnosi e terapia specifica.

sabato 18 febbraio 2017

Rendimento scolastico


Rendimento   scolastico

olti ragazzi presentano difficoltà nel rendimento scolastico o nell’integrazione sociale. I problemi possono derivare da molte cause: incompatibilità fra il temperamento del bambino (bagaglio genetico) e le richieste della scuola, turbe del comportamento di altra origine (cerebropatia, disturbi mentali, ecc.), un ritardo nello sviluppo del linguaggio o dell’apprendimento della lettura e dell’aritmetica. Quest’ultimo tipo di problema è stato oggetto di particolare attenzione in varie ricerche negli ultimi anni. In passato, queste difficoltà di apprendimento erano imputate a disturbi di ordine emotivo. Oggi sappiamo che molti di questi casi hanno una base biologica in ritardi o altri disturbi della maturazione delle strutture neurofisiologiche necessarie all’apprendimento della lettura o dell’aritmetica. Stando così le cose, un qualche trattamento rieducativo diventa la terapia d’elezione. Un discorso a parte merita il quadro clinico che va sotto il nome di iperattività a causa degli abusi di questa diagnosi, specialmente nell’ambiente scolastico. Il ragazzo iperattivo presenta una condizione di “svantaggio, a differenza di quello che ha per temperamento un alto livello di attività, il quale si colloca semplicemente ad uno degli estremi nella gamma di variazione di un tratto temperamentale. E’ importante quindi distinguere fra le due situazioni, che possono apparire simili per molti aspetti: sia l’iperattivo propriamente detto che l’altro presentano un’attività motoria vivace e abbondante, entrambi possono diventare nervosi ed irrequieti se costretti all’immobilità per esempio, se a scuola devono restare fermi nel banco per ore intere. Ma ci sono alcune differenze cruciali: il bambino iperattivo, solitamente,  passa continuamente da un’attività all’altra, senza portarne a termine nessuna, ha difficoltà a mantenere a lungo l’attenzione e si lascia facilmente distrarre mentre un “normale” temperamento con alto livello di attività non comporta questi problemi di disorganizzazione ed instabilità. 
ati questi sintomi del bambino iperattivo, il manuale diagnostico suggerisce la definizione “turbe dell’attenzione, partendo dall’ipotesi che l’attività disorganizzata dipenda dall’incapacità di mantenere a lungo l’attenzione. Quello che, purtroppo, è successo in molte scuole è che l’etichetta di “iperattività è stata applicata indiscriminatamente a tutti i bambini irrequieti e agitati in classe. Un bambino può essere irrequieto per le ragioni più varie: può annoiarsi con un insegnante che non riesce a interessarlo e stimolarlo a sufficienza; può stare in ansia per altri motivi; può semplicemente avere per temperamento un alto livello di attività.  Troppi bambini  sono definiti “iperattivi” perché danno noia in classe. A questo punto i genitori sono invitati a portarlo dallo specialista per un’eventuale “prescrizioni” (fenomeno che, attualmente, sta diventando particolarmente di moda anche in Italia). E a volte, purtroppo, lo specialista di fronte a una descrizione esagerata dei sintomi da parte dei genitori e dell’insegnante, può lasciarsi influenzare … dare seguito alla richiesta. 
n questo caso l’intervento “estemporaneo” il più delle volte risulta inutile o addirittura dannoso, perché le vere cause del problema rimangono del tutto trascurate. Un bambino, comunque, che presenta un serio problema scolastico merita di essere portato immediatamente all’attenzione di uno specialista competente, in modo da poter avviare senza indugi gli eventuali interventi che si rilevassero necessari. Un intervento precoce può prevenire le molte conseguenze disastrose che possono nascere nel corso degli anni dall’effetto cumulato dalle difficoltà scolastiche. Genitori e insegnanti devono collaborare per assicurare un adeguato intervento diagnostico e terapeutico. E’ bene, però, sempre riflettere sui vari consigli specialistici impartiti senza una valutazione completa delle possibili cause, non necessariamente emotive, ma spesso legate a questioni di temperamento o di funzionalità cerebrale.

Uno dei disturbi maggiormente rilevati dagli insegnanti,
caratterizzato da agitazione sia livello motorio sia psichico, è l’instabilità psicomotoria. Può avere due origini principali: fisica, quando è connessa a immaturità neurofisiologica; psichica, invece, quando esprime un eccesso di emotività. 
Tuttavia, spesso le due
 cause sono concomitanti 
ed interdipendenti.


l comportamento del fanciullo “instabile” è caratterizzato da mancanza di continuità nell’esercizio fisico ed intellettuale e da una estrema labilità nell’attenzione, mentre l’immaginazione può essere molto attiva e fervida. Egli non riesce a star fermo, ad applicarsi con continuità, per cui passa incessantemente da una cosa all’altra. L’instabilità può essere anche accompagnata da turbolenza e aggressività ed una estrema variabilità nell’umore che può cambiare bruscamente dall’allegria all’irascibilità.


osa fare. Per quanto riguarda la prevenzione, è utile considerare attentamente i due aspetti, affettivo e motorio, e assicurare al fanciullo la soddisfazione dei bisogni ad essi relativi. In primo luogo, ci si dovrà assicurare che il bambino viva in un clima sereno in cui si senta sicuro: si dovrà pertanto prestare particolare attenzione ai cambiamenti a qualsiasi situazione e che possa generare ansia (cambio di scuola, separazione dei genitori, nascita di fratelli, lutti, ecc.). In secondo luogo, si dovrà consentire al bambino sufficiente attività fisica attraverso la ginnastica e lo sport. Inoltre particolarmente utili per favorire un buon coordinamento motorio – sempre compromesso nei casi di instabilità – sono gli esercizi ritmici che promuovono l’agilità, il controllo muscolare, l’armonia dei movimenti e, al tempo stesso, aiutano a distendersi. Il movimento può anche divenire un mezzo di espressione e di piacere che sensibilizza positivamente il fanciullo circa il proprio corpo, spesso avvertito da chi tende all’instabilità come qualcosa di estraneo e di goffo.


Bonipozzi dott. Claudio Tel. 349.1050551 
 E mail: bonipozzi@libero.it

NB. Le informazioni e le interpretazioni terapeutiche contenute in questo articolo non sostituiscono in nessun modo il parere del proprio medico di base, al quale è sempre doveroso ed indispensabile rivolgersi per qualsiasi diagnosi e terapia specifica.

mercoledì 15 febbraio 2017

La Tentazione Estrema ... il suicidio adolescenziale


                             
La Tentazione Estrema  … il suicidio adolescenziale 
                           

a seconda metà del ventesimo secolo vede svilupparsi, in tutti i paesi industrializzati e non, un fenomeno a dir poco inquietante: un numero sempre crescente di giovani mette la propria vita a repentaglio, e questo in proporzioni mai raggiunte. Tale gesto, in alcune aree geografiche supera gli incidenti stradali come numero di decessi annuali (gli incidenti stradali e il suicidio rappresentano oggi le due cause principali di morte giovanile). Questa situazione paradossale colpisce e disorienta tanto più in quanto contrasta nettamente e dolorosamente con la felice considerazione secondo cui, in questo “fantastico” periodo storico, il confort materiale e le aspettative di vita non hanno mai conosciuto un simile benessere (progresso)
gni suicidio o tentato suicidio è sicuramente espressione di una vicenda drammatica che si concretizza sulla scena di una profonda disperazione interiore. Il dramma del suicidio adolescenziale, sempre complesso ed enigmatico, oltre a sfuggire in gran parte alla coscienza stessa del soggetto, si intreccia e si presta continuamente a svariate spiegazioni: fattori personali, familiari, malattia, precarietà delle condizioni sociali - che in questo particolare non mancano - perdite affettive, convinzione di essere trascurati o abbandonati, percezione di un’immagine alterata di sé nello sguardo altrui. Anche comportamenti patologici, però, rigorosamente connessi fra loro come etilismo, tossicomania, bulimia e anoressia, possono essere una ulteriore tentazione all’azione estrema. Nonostante vi siano diverse ipotesi interpretative, un’infinità di moventi possibili, rimane sempre, in ogni caso, impossibile identificare a posteriori una causa scatenante univoca. E’ bene comunque precisare, proprio per evitare preconcetti particolarmente diffusi, che nessun fenomeno sociale (o psichico) preso singolarmente (isolatamente) può rendere conto o spiegare completamente tale comportamento autosoppressivo . Infatti, un evento doloroso può rappresentare, come in qualsiasi altra persona, un fattore scatenante o aggravante, ma mai la causa esclusiva di un gesto suicida. Ciò che deve essere preso in esame sono le dinamiche globali di un mondo  psico – sociale (specifiche di questa età non solo di sofferenza ma anche di sviluppo) pieno di conflitti ed in continua trasformazione. La cosa certa è che prima di passare all’atto, come ogni essere umano in pericolo, il giovane lancia segnali di sconforto (anche di rottura: fuga, nervosismo con esplosioni improvvise, insonnia, violenza, ubriachezza) difficile quasi sempre, purtroppo, da decodificare. Il segnale (non completamente esplicito, a volte veramente incomprensibile) è sempre mascherato perché  il giovane teme in maniera esagerata la critica, magari di non essere capito completamente da parte di un adulto e, quindi, deriso o addirittura di essere considerato pazzo. Lo sviluppo e l’estendersi, pertanto, di questi segnali indicano non la certezza ma, sicuramente, un alto rischio di passaggio all’atto. 
apere comunque che una certa inquietudine e profondi sconvolgimenti psicofisici danno vita ad una adolescenza movimentata non significa per questo che certe sofferenze non possano essere contenute, superate e risolte. Contrariamente a quello che si pensa, proprio perché è un processo evolutivo anche costruttivo e non solo di sofferenza, molti giovani in crisi riescono (a volte da soli, altre volte con i genitori oppure con un esperto che conosca perfettamente le dinamiche emotive dell’adolescente) ad uscire “rinforzati” da tale situazione di smarrimento. Un altro aspetto significativo negli adolescenti che tentano il suicidio – pur essendo sempre un atto patologico – è quello di non appartenere ad un quadro clinico particolarmente grave. E’ raro, infatti, trovare la vera “follia psicotica”; è presente, sicuramente, un meccanismo psichico morboso privo, però, di analogie con il disturbo mentale. E’ indubbio, comunque, che molti di essi presentano - più frequentemente di quanto in genere non si pensi - disturbi accentuati di natura ansiosa e depressiva da richiedere, a volte, immediate cure specialistiche. Tali condizioni tuttavia, molto spesso, vengono sottovalutate (non sempre sono percepite come segnali d’allarme che precedono la crisi) ed etichettate grossolanamente come momenti passeggeri stressanti piuttosto che angosce e sentimenti depressivi profondi. Questo atteggiamento non solo è dannoso per la reale presa di coscienza di questo problema ma, soprattutto, perché esclude un adeguato e tempestivo consulto medico – psicologico.


osa fare. L’incomunicabilità, il malessere, l’estraneità del proprio corpo, i rapporti conflittuali in famiglia sono stati d’animo cui tutti gli adolescenti, in misura più o meno intensa, volenti o nolenti sperimentano, inevitabilmente, durante il loro percorso evolutivo. Ma in alcuni casi, purtroppo, la strada travagliata verso quella età definita “adulta” conosce anche comportamenti lesivi ed autolesivi, che vanno dalle fughe, le condotte violente, la tossicodipendenza fino alla tentazione estrema di togliersi la vita. Gli stessi adulti, il più delle volte assistono impotenti ed increduli a questi drammatici lenti naufragi, senza sapere come affrontare il problema che, per nessuna ragione, si dovrebbe drammatizzare ma nemmeno banalizzarlo. In questo modo è necessario mettere a fuoco (discutere) le dinamiche interpersonali senza eccessive ed inutili colpevolizzazioni: ascoltare senza esprimere giudizi di valore e nemmeno esercitare volontà di censura, ma nemmeno una eccessiva e distruttiva condiscendenza. In breve, valutare con estrema lucidità la possibilità di un intervento personale o la necessità di un intervento qualificato e specialistico. In presenza di manifestazioni particolarmente drammatiche, gli adulti non devono rimanere inerti. 
essun ragazzo in difficoltà sarà sorpreso (o rifiuterà) se gli si comunica l’inquietudine suscitata dal suo comportamento o dalle sue parole. Esplorare i fattori critici, le origini, evidenziare i segnali d’allarme che precedono le crisi, illustrare le tipiche reazioni dell’ambiente familiare non può far altro che stimolare nuovi modelli di relazione, instaurare un nuovo clima di confidenza comunicativa e salutare distanza. Una problematica complessa come quella del suicidio adolescenziale non può accontentarsi di risposte semplicistiche. Il compito principale, pertanto, sarà quello di “accompagnare” (condurre) l’adolescente a scoprire (cogliere) il significato della sua drammatica sofferenza: si possono trovare soluzioni solo su ciò che si è compreso. In questo modo, sapere di che cosa si soffre non soltanto placa l’angoscia che ne deriva, ma soprattutto fornisce efficaci alternative alla rassegnazione e alla disperazione.

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Bonipozzi dott. Claudio Tel. 349.1050551 
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